“Sfalerite” è anche il nome, più scientifico ma meno bello, che identifica questa gradevole pietra. Sovente le pietre preziose sono teatro di paradossi e contraddizioni; la blenda ne è un concentrato. Fra i cristalli trasparenti, è ai massimi livelli come dispersione della luce, tenerezza, pesantezza. Disperde la luce molto più del diamante; se la blenda fosse più dura, sarebbe la gemma più brillante del mondo. Ma la sua tenerezza e la sua tragica attitudine a sfaldarsi sono delle caratteristiche, non dei difetti. Chi acquista una blenda, lo fa con consapevolezza, e le cure di cui ha bisogno fanno parte della sua preziosità. I migliori esemplari della varietà gemmologica della blenda si trovano in Spagna, vicino a Santander, nella Cordigliera Cantabrica. Altro valido produttore è il Messico. Da notare che in Messico si rinviene anche l’opale di fuoco, che può avere un aspetto molto simile alla blenda. Il suo utilizzo come pietra preziosa è recente: le sue straordinarie caratteristiche ottiche cozzano con la difficoltà di lavorazione; questo può essere un grande vantaggio perché, chi la lavora, generalmente lo fa con grande amore. Il suo mercato è quello del collezionista, di chi ama le pietre, di chi le vive e le sa partecipare al di là dell’illusione del “bene rifugio” o dell’ostentazione. Inoltre, è una gemma molto amata da chi apprezza una certa tonalità di arancione, di quel colore così solare e così caldo. Avere fra le mani una di queste pietre, possibilmente un po’ grossina, con quei colori giallo-arancio-nocciola-verde, talvolta presenti assieme nella stessa pietra e che brillano con un fuoco esagerato, fino a sembrare brace viva, dà sensazioni strane. Anche nelle pietre piuttosto piatte non ci si vede attraverso, perché la luce rimbalza via da tutte le parti e ti risucchia l’attenzione all’interno della pietra, dove senti che anche la luce viene assoggettata alla pesantezza di questo materiale, e in effetti la luce rallenta la sua velocità e, quando ne esce, ne esce con il colore della pietra, e la gemma palpita e vibra e lancia guizzi di tutti i colori dell’arcobaleno, e la lucentezza cerosa della superficie della tavola e delle faccette contrasta con l’incredibile vivacità di questa gemma che è in grado di raccogliere ogni barbaglio di luce, e di restituirlo moltiplicato nelle gamme cromatiche dei colori che la caratterizzano. La sua lucentezza metallica contrasta con l’aspetto ceroso; al tatto è calda e pesante, mentre ce la si immaginerebbe, chissà perché, più leggera.
La blenda è la varietà gemmologica del minerale da cui si ricava lo zinco. Talune varietà massive nerastre, specialmente quelle che provengono dalla Namibia, presentano il fenomeno della “triboluminescenza”; vale a dire che, sfregate, scintillano di una luce dorata caratteristica e, in certi casi, mantengono la luminosità per un po’ di tempo. Anche le varietà opache reclamano la loro attitudine a giocare con la luce e con le energie luminose.
Fra le contraddizioni di questa pietra, c’è la difficoltà di lucidatura, contrapposta con la facilità di sfaldatura. Cadendo per terra, è normale che questa pietra si apra secondo piani di sfaldatura ben determinati, e quello che fa più innervosire è il grado di lucidatura immacolata che, sovente, hanno questi piani di sfaldatura! Naturalmente si può sfaldare anche in modo non arbitrario, e si otterranno facilmente dei solidi geometrici appartenenti al sistema cubico. Quando si parla di durezza, bisogna tenere presente che, nella polvere che si insinua un po’ dappertutto, c’è quasi sempre un po’ di quarzo. Per questa ragione è pericoloso pulire le lenti degli occhiali con uno straccio qualsiasi o con la cravatta: piano piano il quarzo che c’è nella polvere di cui, malgrado ogni sforzo, è impregnata la cravatta, finirà con l’opacizzare le lenti. Lo stesso vale, e a maggior ragione, per gemme tenere come la blenda, e non c’è quindi da stupirsi se, esaminate alla lente, queste pietre presentino dei segni superficiali di spolitura.
Pare che la parola “blenda” derivi dal tedesco blenden, che significa “accecare”, mentre la parola “sfalerite” abbia origini greche, da sfaleros, che vuol dire ingannevole, incerto. Questa strana ricerca etimologica compare in molti manuali di gemmologia, e nasconde una inquietudine particolare. Chiunque osservi attentamente questa gemma, a distanza di anni la riconoscerà, perché ha delle caratteristiche ottiche troppo uniche. I gemmologi che hanno redatto i vari trattati, hanno sempre puntualizzato, e giustamente, gli aspetti quantitativi delle gemme, per poterle distinguere, diagnosticare, apprezzare. Talvolta si trovano di fronte a materiali strani: ne intuiscono la preziosità, ma c’è qualcosa che sfugge. Allora si rifanno agli antichi, alle incerte etimologie, alle leggende. Eppure, sarebbe così semplice allentare per un attimo i rigori di una scienza troppo rigorosa e lasciarsi un poco andare. Avere in mano una bella sfalerite, così lucente e allo stesso tempo cerosa e metallica, così delicata e fragile e, malgrado ciò, di vibrante luminosità, è come porsi davanti ad uno specchio magico: anche noi siamo così fragili ma così desiderosi di giocare con la luce; anche noi passiamo da una contraddizione all’altra. Oggi questa pietra è molto ricercata e apprezzata dai cultori della “New Age”, perché stimola forti emozioni cromatiche e luminose, e aiuta l’ispirazione di chi ama un certo tipo di musica.
E’ possibile avere pezzi di dimensioni anche ragguardevoli, e la lavorazione può essere delle più varie. Talvolta viene sfaccettata nel padiglione e lavorata a cabochon sulla tavola: così si frena un po’ la luce per meglio apprezzarne i giochi e i colori all’interno. Oppure si studiano dei tagli fatti apposta per enfatizzarne le caratteristiche ottiche estreme, e la brillantezza sarà perfino abbagliante. Sovente viene lavorata rotonda con taglio simile al brillante, più per semplicità che altro. E’ difficile che gli spigoli delle faccette siano veramente netti, e le tavole, o le faccette più grandi, spesso sono un po’ curve, per le citate difficoltà di lavorazione. Per certo, è una pietra densa di luce, di colore e di fascino, e nessun collezionista ne dovrebbe fare a meno.
















