
Pietre preziose
Paolo Severi
Paolo Severi, gemmologo, tagliatore di pietre preziose, gioielliere, scrittore, fotografo, e divulgatore di gemmologia, assieme alla figlia Francesca, gestisce la bottega “Ori e Gemme” , via Siro Comi, 25, a Pavia.
I suoi libri divulgativi sono un punto di riferimento per chi cerchi un’informazione che vada al di là degli aspetti quantitativi delle pietre preziose.

Francesca Severi nella bottega Ori e Gemme di Pavia
La copertina di un libro di gemmologia di Paolo Severi
Le pietre preziose sono un importante passo nella ricerca del “bello” nelle piccole cose. Punto. Non è una frase a effetto, ma è un preciso modo di vedere le cose. La ritengo una scelta corretta sotto un profilo culturale, etico, ecologico, artistico e filosofico.
Commercialmente, diventerà valida quando una coscienza ecologica ed etica avrà preso il sopravvento alle logiche grossolanamente quantitative del marketing. Spero che ciò avvenga presto, nel giro di una o due generazioni. Qualcosa già si sta movendo in queste direzioni.

un mix di pietre preziose in esposizione nella bottega pavese
Molti collezionisti di pietre preziose le cercano non peché “rare”, ma perché “uniche”. A ben vedere, è l’annuncio di una rivoluzione. Già avrete capito che mi sta antipatico un certo tipo di marketing, al quale attribuisco l’attuale crisi dei mercati della gioielleria e delle pietre preziose. Se le “grandi firme” investono cifre folli in pubblicità, pochi soldi in ricerca, design e motivazioni, quasi nulla in informazione, e addirittura disinvestono nella mano d’opera degli artigiani locali per delocalizzare la produzione negli angoli del mondo dove il lavoro è sottopagato… bhè, direi che la crisi se la vanno proprio a cercare. In ogni caso, sono questioni loro. Vediamo cosa significa adeguarsi in pieno all’idea che le pietre preziose sono un importante passo nella ricerca del bello nelle piccole cose.

con sasso e oro del Ticino
Innanzi tutto, non devono avere alle spalle storie brutte. E come si fa a sapere? In certi casi è evidente: corallo, avorio, perle, tartaruga, ossa, conchiglie e tutti i materiali di origine organica, hanno alle spalle quanto meno l’uccisione di un animale per ottenere degli orpelli ornamentali. Ora, se l’uccisione per difesa o per nutrimento fa parte delle leggi di natura, l’uccisione per divertimento o abbellimento fa parte solo di un certo tipo di cultura umana. Nell’ottica di cui sopra, è doveroso dissociarsi. E abbiamo rinunciato a una bella fetta di mercato! Ma proseguiamo. Non c’è niente di bello nella menzogna, nella truffa, nell’inganno, nella falsità. Quindi dobbiamo rinunciare sia alle pietre false, sia alle pietre naturali che hanno subito trattamenti in laboratorio che le hanno trasformate nel colore o nella limpidezza. E abbiamo rinunciato a un’altra enorme fetta di mercato! E ancora. Le pietre che proponiamo non devono avere alle spalle storie di violenze sociali, dissesti eco-geologici, loschi traffici. Tutta la “filiera”, dalla cava, al commercio del grezzo, alla lavorazione, al commercio del lapidato, deve essere gestita da galantuomini… Impossibile avere queste garanzie? Vi dimostrerò che è possibile. Non certo per tutte le pietre, ma per qualcuna, sì. Ho preso un sasso del Ticino, l’ho attraversato con un foro per poterlo sostenere con un cordino, poi ho scavato una nicchia, in cui ho messo un pizzico d’oro setacciato proprio nel Ticino. Ho chiuso la nicchia con un vetro
curvo, e ho ottenuto un ciondolo con alle spalle una quantità di emozioni e di storie. È un gioiello unico; in tutto il fiume non esistono due sassi uguali. C’è un forte legame col territorio, l’invito ad amare questo splendido fiume nei suoi singoli sassi, nelle sue singole pagliuzze di sabbia, il piacere e la magia di cercare e trovare l’oro nel fiume sotto casa, il gusto estetico di un magnifico sasso, splendido nella sua naturalezza, assolutamente unico… E siamo solo all’inizio.

in alto da sinistra in senso orario: l’anello della Pace; la copertina di un altro libro; Paolo Severi; una modella sfoggia anelli e collane di sassi.
Perché, ora, parliamo di gioielleria. Un gioiello è un’estensione emozionale della persona e della personalità di chi lo indossa. Ci sono quindi gioielli qualunque per gente qualunque, e gioielli speciali per gente speciale. Ma entriamo nel “vivo” dell’oggetto. Un gioiello è composto di metallo prezioso e pietre preziose. Il metallo è duttile, può assumere la forma che si vuole, trattiene la pietra, si abbraccia al dito o alla persona, conta la storia, è l’anima “femminile” del gioiello. La pietra è dura, inalterabile, si lega al tempo e alla luce, è l’anima “maschile” del gioiello. Intendiamoci, anche questa spiegazione mica è quella ufficiale; l’ho inventata di sana pianta, ma mi piace molto, e funziona. Da quando ho deciso di ideare gioielli, oltre che lavorare pietre preziose, ho sempre voluto che ci fosse armonia fra l’anima maschile e quella femminile del gioiello, ma torniamo al sasso con dentro l’oro, che c’è da divertirsi.

La copertina di un altro libro – Paolo Severi durante la ricerca dell’oro sul Ticino
In quel ciondolo, il sasso è stato lavorato plasticamente per racchiudere l’oro raccolto nel suo stadio di pietra. C’è una completa inversione dei simboli, per cui, e chi si diletta di alchimia lo sa benissimo, il sasso diventa “pietra filosofale”, e le pagliuzze d’oro diventano “oro filosofale”. Quando, fra il serio e il faceto, conto queste cose a qualche amico, generalmente termino battendo un pugno sul tavolo ed esclamando: “E tutto questo per soli novantatre Euro!”

una delle vetrine del negozio Ori e Gemme di Pavia

il mitico dragone che si mangia la coda e, nel frattempo, inghiotte ed espelle l’”uovo cosmogonico”, fonte e fine di tutte le stelle!
Un altro gioiello. Mi piacciono i draghi, e ho plasmato l’oro per dargli la forma della testa di un drago gioioso, che trattiene con i denti un grosso zaffiro stellato (va altrettanto bene un rubino o un quarzo stellato). La ricercatezza della lavorazione orafa è temperata dalla morbidezza apparente del taglio cabochon della pietra, la quale, se colpita da un raggio di luce, lo trasforma in una stella mobile a sei raggi che percorre tutta la pietra. Il “Mitico Dragone” che si mangia la coda, e nel frattempo inghiotte ed espelle l’ “Uovo Cosmogonico”, fonte e fine di tutte le stelle! L’armonia fra le anime maschile e femminile è talmente equilibrata, che questo anello può essere indifferentemente usato sia da una donna, sia da un uomo.
Ancora un anello; anzi, un’intera linea: “L’anello del Tucano”. Non mi sono mai piaciute le pietre calibrate, tutte uguali a se stesse. Ritengo che il tagliatore debba valorizzare ogni singola pietra, adeguando il taglio alle caratteristiche della gemma che vuole enfatizzare. A me piacciono anche le pietre che hanno delle inclusioni al loro interno, e ho studiato il sistema di far sì che anch’esse partecipino alla brillantezza della gemma. Anziché una sola tavola, queste pietre ne hanno tre, così la gemma risulta un po’ curva (come, appunto, il becco di un tucano), ingombra di meno e, per complesse ragioni ottiche, brilla di più, e anche le inclusioni partecipano alla brillantezza. Con il vantaggio che, utilizzando grezzi piuttosto economici, le pietre, assolutamente naturali, risultano ricche di personalità, tutte diverse fra di loro, ad un prezzo veramente basso. La struttura in oro ricorda i rami di un albero, non simmetrici ma in equilibrio armonico. In questo caso, la preponderanza dell’anima maschile della pietra, ne fa un gioiello squisitamente femminile.

anello in oro con meteorite grezza, rubino stellato e zaffiro azzurro – anelli del tucano in oro con acquamarina
E i diamanti? Va bene; vi presento anche un anello con diamanti tagliati a brillante! Il disegno è quello del “Tao”, dello Yin-Yang, e le due parti sono in oro giallo, con un brillante bianco, e in oro bianco, con brillante giallo! Dato che il simbolo rappresentato indica la capacità di cambiamento, di trasformazione, e quindi di movimento, l’anello è composto da due parti staccate che si possono le-gare assieme, o indossare separatamente. Anche in questo anello la ricerca delle pietre è talmente sofisticata, che ne risulta un oggetto squisitamente femminile.
Mi piace unire gli estremi, così è nato un altro ciondolo. Provate a pensare ai nomi di due metalli. È molto probabile che abbiate pensato al ferro e all’oro. Così ho scoperto che l’unico ferro che in natura si trova allo stato puro, cioè non in composti chimici complessi, è il ferro di origine meteoritica. Non è così facile da trovare, ma è di un fascino incredibile. Ho quindi unito una piccola meteorite con una pepita d’oro, e li ho composti in un cerchio d’oro. La pepita ha attraversato gli spazi interni del pianeta, la meteorite quelli esterni, per fare un po’ di strada assieme a chi indosserà in ciondolo.

la copertina di un altro libro di Paolo Severi – ciondolo in oro con meteorite metallica e pepita d’oro
E le pietre tradizionali, come rubino, zaffiro, smeraldo? Ovviamente, nei miei gioielli uso esclusivamente pietre naturali senza alcun trattamento. La tendenza è di studiare la montatura assieme al cliente. Tranne fortunate eccezioni, succede che più alto è il valore della pietra, più è basso il livello di creatività del gioiello.
Un ambito fantastico della nuova gioielleria sono le pietre con vistose inclusioni, che invitano a essere guardate da vicino, magari con una lente, per entrare in scenari da vera fantascienza. Queste pietre, oltre che affascinanti e uniche, hanno anche un prezzo abbordabile. La fregatura
è l’oro, che ha raggiunto quotazioni record, e il fatto che, chi apprezza queste meraviglie, sovente non ha molti quattrini. Così mi sono deciso a produrre anche una linea di gioielli in argento. Intendiamoci, veri gioielli, cioè pezzi unici, ma a costi che non hanno nulla a che fare con i modelli in oro o in platino.
Poi, di già che ero in vena di follia, ho costruito degli anelli senza metallo, partendo direttamente o dalla pietra, o dal cristallo. Così si ha l’emozione di “entrare” dentro a un magico cerchio di pietra, che è molto di più che “indossare” un anello. Oggetti del genere obbligano al sorriso; per questa ragione, so di meritare un premio.


Paolo Severi *
Mianmar. Più conosciuto con l’antico nome di “Birmania”, è il posto da sogno dei rubini più belli del mondo. A quei tempi, ottenere il visto d’ingresso era difficile, ma avevo un invito per partecipare all’asta delle giade e pietre preziose, che lo stato organizza una volta all’anno. Così, assieme a un amico italo tailandese, sono partito. Jangoon è la capitale. Un alberghetto gestito dalla
moglie di un qualche politico, un’atmosfera incredibile, assolutamente niente ti farebbe pensare che lì si svolge uno dei più importanti mercati mondiali di pietre preziose. Il palazzo dell’asta, una meraviglia. Architettura moderna, ma ambientata in tradizioni antiche. Ciò che più mi affascinava era un affresco, veramente gigantesco, che rappresentava una trattativa per un rubino di incredibile bellezza, offerto da un notabile locale a un europeo, rapito dal fascino di quella pietra. Ambientazione, cura dei dettagli, simbologia, riferimenti religiosi, magici, storici, ambientali… tutto perfetto. Sicuramente c’era una storia importante alle spalle, oltre a una grande maestria da parte dell’artista. Ho imparato a stare attento nel fare fotografie (da quando, in Afganistan, avevo rischiato una fucilata), per cui vado negli uffici della direzione, e ottengo il permesso di fotografare l’affresco, purché senza flash. L’indomani mattina all’apertura, cavalletto, Hasselblad, una borsata di accessori, mi arrampico in posti incredibili (tanto, avevo il permesso scritto), e scatto un paio di rullini di foto. Una di queste, stampata su di una tela grande quasi come un lenzuolo, fa da sfondo in una vetrina della mia bottega.

– Rubino stellato. Il fenomeno ottico appare solo in presenza di una luce concentrata.
– Lotto di splendidi rubini di differenti tonalità di rosso. Nell’articolo abbiamo evitato definizioni truculente come “sangue di piccione”.
– Splendido rubino birmano di circa 4 carati. In fotografia è impossibile rendere la pastosità vellutata e comunque brillante di questa meraviglia.
Alla sera, ricevo l’invito a un party ufficiale dell’asta. Ricollego l’invito a quel lotto, e la cosa mi diverte. Il mio amico e io eravamo gli unici vestiti in maniera non formale, ma chi andava a immaginare! Il parco illuminato da migliaia di candele, la musica con le danzatrici, lusso e raffinatezza fuori dal comune. Ci stavamo gustando una birretta e uno stuzzichino, e un cameriere in livrea ci viene incontro per invitarci al tavolo di Sir tal dei tali. Il mio amico impallidisce: chi ci invitava era una specie di leggenda… i rubini più importanti del mondo li trattava solo lui… impossibile da avvicinare… Gli dico di non spaventarsi, ci invitava per vincere la noia, e forse lo aveva incuriosito il mio trafficare con le macchine fotografiche… Finiamo in fretta la nostra birra (in quei posti non si sa mai come comportarsi nel bere), e andiamo. «Conosce la storia dell’affresco che ha fotografato?Quel commerciante a piedi scalzi era un re della Birmania, che si era deciso a vendere il più bel rubino che si sia mai visto. Un commerciante francese ha portato avanti la trattativa, poi sono successe cose strane;
la cronaca e la leggenda si sono mischiate, ma non si è saputo più niente né del rubino, né del commerciante. Ciò che rimane è quello splendido affresco, anche lui pieno di riferimenti mitici e leggendari. Purtroppo o per fortuna, anche la Birmania sta entrando nel mondo civile, e molte leggende ormai appartengono al pas-sato e non più al presente.» Mentre parlava, notavo una forte somiglianza con il re del quadro. Il mio amico, normalmente espansivo, era intimidito, senza parole. Io avevo il vantaggio di non sapere che stavo parlando con una leggenda vivente. «Mi tolga una curiosità. Oggi mi ha battuto all’asta con un’offerta migliore di soli venti dollari. È stata fortuna, calcolo, magia?» Mamma mia! Il mio amico da tranquillo diventa pallido. Che quel commerciante si sia offeso? Che gli rispondo? «Certe pietre sono io che le cerco; altre, sono loro che cercano me. Non so come capita.» Devo avere superato la prova perché si alza, mi stringe la mano e mi abbraccia, in modo che tutti potessero vedere. La cosa mi ha un poco intimorito, ma le pietre sono fatte così. Viene un tale, sicuramente un politico, parlotta con questo signore, e questi ci dice «Purtroppo vi devo lasciare, ma gradirei continuare la chiacchierata. Se siete liberi, domani mattina alle 9,35 mando il mio autista a prendervi in albergo, così facciamo colazione assieme. Non preoccupatevi, so qual è il vostro albergo.» In Oriente capitano cose strane, si sa, così alle 9,35 eravamo pronti già da un bel pezzo, ma aspettiamo l’autista, che arriva con due minuti di ritardo, lo facciamo aspettare altri due minuti, e andiamo. La casa, appena fuori dalla città, una specie di fortino. Sale, salette, servitori, un po’ di cerimonie, arriva il tè. Assolutamente squisito. Azzardo: «Non credo che questo tè si trovi facilmente nei negozi…» Sorride, chiama un servitore che, poco dopo, torna con una confezione di quel meraviglioso tè. «Vedrò di fare i complimenti anche sui suoi rubini…» «So che Lei è un bravo tagliatore, e c’è una pietra che da tempo non so decidermi a lavorare. La vuole vedere?» «Le belle pietre le vedo sempre con piacere, ma sarà difficile che possa insegnare qualcosa a Lei o ai suoi tagliatori. In Italia lavoriamo un po’ di tutto, ma qui avete una conoscenza specializzata sul vostro materiale…» Sapevo benissimo che la sua domanda era una specie di test, per cui dovevo dimostrare modestia e competenza. Arriva la pietra. Un grezzo grande come una noce, rosso trasparente un po’ zonato con una parte più scura e opaca, tendente al blu. Il mio amico sembrava uno scolaretto impacciato; che rispondo? Azzardo. «Segherei la parte bluastra. Questa parte, con un blando trattamento termico sui 700 gradi, probabilmente deciderà se diventare rossa o blu, e comunque non andrà perduta. La parte più grande rosa–rossa, la si può lavorare a forma di goccia a castagna. Sarebbe un peccato trattare termicamente tutta la pietra, perché la parte principale ne avrebbe solo un danno. Oppure, si potrebbe lavorare la pietra evidenziando i due colori; sarebbe un capolavoro, ma assolutamente invendibile.» «La penso allo stesso modo. Capisce perché sono indeciso?» Le pietre che poi abbiamo visto, non pensavo neppure esistessero. Troppo belle! Con quello che c’era su quel tavolo, si sarebbe potuto comperare un’intera strada centrale di Milano. «Nel mondo, i nuovi ricchi vogliono diamanti!Rubini e zaffiri sono per palati più raffinati.» Condivido in pieno, e rincaro la dose «E i rubini e gli zaffiri stellati ancora di più! Il taglio sfaccettato serve a gettare luce all’esterno, mentre il taglio cabochon è più introspettivo. Chi compera pietre sfaccettate lo fa per “apparire”, chi ca-bochon, per “essere”» «Le pietre sono comunque strane. Chi desidera un rubino importante, lo vuole birmano, ma, della Birmania, non sa nulla e non glie ne importa nulla. La Birmania deve es-sere solo in grado di partorire bei rubini.» «Bhè, si e no, perché le pietre sono comunque accompagnate da un alone di mistero. Se si parla di diamanti si pensa all’India misteriosa, se di rubini e zaffiri, sono fiabe saghe e leggende orientali…» E il nostro ospite, con una prontezza e una sagacia incredibile: «E se si parla di smeraldi, sono notizie di cronaca nera!» Oltre alle pietre, ci mostra una collezione di antichità; il mio amico smaniava che voleva metterci lo zampino, e io a tenerlo buono. «Questa collezione è degna di un museo!» «Sì, in effetti li sto restaurando per il locale museo.» Siamo poi passati al laboratorio gemmologico: attrezzature all’avanguardia, con un americano che spiegava il funzionamento di certe macchine a due tecnici locali. «In un mercato globale, è essenziale tenersi aggiornati. Oggi, la grande sfida è capire se le pietre sono state trattate termicamente.» Una mattina indimenticabile. Il giorno dopo sono ripartito. Dopo neanche un anno sono tornato in Birmania, ho cercato di quel mercante ma, da come ho poi saputo, le sue simpatie politiche erano state mal riposte, ed era dovuto sparire dalla circolazione, né l’ho mai più rintracciato. Così è l’Oriente.

– Zaffiro di Sri Lanka di una ventina di carati. Notare che, pur in un azzurro immacolato appare qualche lampo di viola, per dare calore a una tinta altrimenti fredda.
– Tavolozza di zaffiri e rubini di vario colore.
– Zaffiro stellato di una quindicina di carati trattenuto dalle fauci del Mitico Dragone.
RUBINI INSANGUINATI
Mianmar, o Birmania, si è imposta recentemente all’attenzione dei media: monaci e studenti stanno manifestando pacificamente contro situazioni di vita insostenibili, e la violentissima repressione non si è fatta attendere. L’autoritario regime dittatoriale attualmente in essere in quella non così remota regione del mondo è veramente antistorico. Occhi avidi e mani grifagne sono puntate in quella direzione: multinazionali, stati imperialistici, poteri di varia natura che intendono bottinare i resti di quel povero stato, portatore di un’antica e nobile cultura. In questa brutta atmosfera, c’è anche chi improvvisa ricette imbecilli, gonfie di demagogia e ipocrisia. Sull’onda mediatica dei diamanti insanguinati dell’Angola, saltano fuori i rubini insanguinati della Birmania. Forse, le considerazioni che sto per fare sono anch’esse demagogiche ma, se si vuole essere coerenti, bisogna rifiutare ogni prodotto che ha
alle spalle uno strascico di violenza, poteri corrotti e sangue. In primo luogo, il petrolio. Solo dopo che avremo eliminato le importazione di petrolio, gas naturali e derivati, potremo pensare di boicottare le importazioni di diamanti dall’Angola e di rubini da Mianmar. Le pietre preziose sono generalmente raccolte in sperduti angoli del mondo, e sono la normale fonte di lavoro, e quindi di sopravvivenza, per una quantità incredibile di persone. Ovviamente, le pietre eccezionali sono rinvenimenti eccezionali; ben pochi sono i cercatori che si arricchiscono. Boicottare le pietre birmane significa, per lo meno nelle intenzioni, portare alla fame decine di migliaia di cercatori di pietre, alcune centinaia di commercianti locali, alcune centinaia di laboratori per la lavorazione delle pietre, qualche decina di commercianti internazionali, il tutto per non fare avere al governo di Mianmar quattro soldi di tasse sulle esportazioni. Ipocrisia e demagogia sulle spalle della povera gente. Ricordo che le gemme più significative di quella regione non sono i rubini, ma le giade. Inoltre, si estraggono ottimi zaffiri, spinelli, acquamarine, pietre di luna, granati, zirconi e molte pietre rare.
*Paolo Severi, gemmologo, tagliatore di pietre preziose, gioielliere, scrittore, fotografo e divulgatore di gemmologia, assieme alla figlia Francesca, gestisce la bottega “Ori e Gemme”, via Siro Comi 25, a Pavia (Tel: 0382 302103). I suoi libri sulle pietre e il suo sito http://www.oriegemme.it/ sono un punto di riferimento per chi cerca informazioni che vadano al di là dei soli aspetti quantitativi.

Sono solo pietre di Paolo Severi

La splendida sala Teresiana della biblioteca Universitaria. È encomiabile l’utilizzo di questi spazi così densi di cultura antica per convegni proiettati al futuro.
“Domina Doctrix, una manifestazione culturale al femminile. Nel mese di marzo 2009, l’aula Teresiana della Biblioteca Universitaria di Pavia, ha ospitato questo evento, con mostre, dibattiti, contributi. Anche Paolo Severi ha parlato nelle tre occasioni di incontri pubblici organizzati dalla FILDIS di Pavia e dalla Biblioteca Universitaria. Questo, grosso modo, è quanto ha detto.”

Luigia Favalli e Paolo Severi in un momento di “Domina Doctrix”. Alla sinistra alcuni gioielli devoluti per le attività benefiche della FILDIS.
Questa sala della Biblioteca Universitaria di Pavia è fra le cose più belle di cui ho memoria. Gli uomini passano, il loro sapere resta. Beh, il sapere che in qualche modo hanno tradotto in parole, che è, ovviamente, solo una parte del sapere che quelle persone hanno indagato. “Antichi e rari tomi d’obliata sapienza”. Sì, alle pareti sono accatastati in bell’ordine migliaia di splendidi volumi, tutti rilegati a mano, ognuno con un qualche distillato di verità. Se mi trovo imbarazzato a parlare in questa sede così austera, pur se meravigliosa? Certo che no, in quanto mi guardo bene dal volere aggiungere altre “verità” alle molte che già sono state catalogate. Oltre più che parleremo di argomenti alquanto frivoli, come pietre preziose e gioielli che, sì, hanno sempre accompagnato l’uomo nel suo tormentato cammino della civiltà, ma non sono certo così importanti come, che so,
le grandi filosofie politiche, lo sviluppo delle armi, le gloriose guerre religiose, l’inquinamento, l’esplosione demografica, le grandi crisi economiche, le discriminazioni razziali o sessuali, e potrei continuare. Parleremo di piccole cose, tutto sommato anche abbastanza inutili. O dio, non così inutili, se i musei di tutto il mondo si contendono i pochi chili di gioielleria antica che sono arrivati intatti fino a noi dal profondo della storia. Sì, certo, dopo Cristoforo Colombo molte spedizioni sono andate alla volta delle Americhe col preciso proposito di depredare quelle popolazioni dei loro gioielli, e ne hanno riempite delle navi, e ne sono sorte delle guerre, sì, c’è chi dice che la storia di quell’oro sia una delle più infamanti di tutta la nostra civiltà, ma, quella delle guerre infami, è una gara sempre aperta.
I gioielli hanno sempre avuto una connotazione territoriale, perché legati a tradizioni, momenti storici, etnie, luoghi, ranghi sociali, eccetera. Un gioiello è sempre e comunque un prolungamento della personalità e della storia di chi lo indossa, o di chi lo ha indossato. Ora, con l’idea in po’ fumosa del “villaggio globale”, c’è la tendenza alla diffusione di oggetti stereotipati, con alle spalle solo delle campagne pubblicitarie, senza né storia, né cultura né arte, se non, nel migliore dei casi, qualche disegno elaborato a computer da qualche bravo disegnatore. Uguali in tutto il mondo, con le stesse fogge, le stesse pietre lavorate tutte in modo rigorosamente uguale, possibilmente firmati da griffe alla moda. Che poi, la moda, se la costruiscono loro a suon di pubblicità. Insomma, un disastro. E poi si lamentano della crisi; ma è il meno che gli possa capitare; se la sono caparbiamente voluta, quindi, che se la tengano.
Bene, parliamo finalmente di pietre e di gioielli, e della “filosofia” che li lega, che dà loro un senso, perché, se un gioiello non ha alle spalle una storia, è un mero oggetto decorativo. Anche se può costare una fortuna, un gioiello con un disegno senza storia, magari costruito in serie dove la mano d’opera costa poco, sotto un profilo artistico, non vale niente. Ma, a questo punto, si impongono una serie di domande, anzi, una serie di risposte.

Francesca Severi alla sala Teresiana dell’Università di Pavia. Pietre e gioielli come ponte fra le culture.
Cos’è un gioiello? Cos’è una pietra preziosa?
È chiaro che non posso dare una affrettata risposta da dizionario, altrimenti finirei subito e dovremmo concludere a tarallucci e vino, quindi la prenderò un po’ alla lontana. Cominciamo dalle pietre. Cosa rende preziosa una pietra rispetto alle altre? Ovviamente, dobbiamo lasciare perdere le raffinate campagne di marketing che ti insegnano che la tal pietra per essere preziosa deve essere lavorata con un certo disegno, avere un certo peso, un certo colore, una certa limpidezza e brillantezza, magari addirittura un certo certificato e un numero di matricola stampato a laser in un angolo, e così via, e lasciamo anche perdere chi ti dice che la tal pietra va bene per i nati sotto il segno del gabbiano, ed è anche indicata per guarire dalla peronospora.
Con certe semplificazioni e imbrogli non ci vogliamo avere niente a che fare, oltre più che mai una volta mi spiegano il “perché” di certe taumaturgiche proprietà. No, preferisco indagare diversamente. Anni fa, non so se spinto da saggezza o da follia, ho pubblicato il libro “Pietre che curano – Pietre e Zodiaco”. È stato probabilmente il primo libro scritto in lingua italiana a trattare di questi argomenti in chiave New Age e, a quanto mi risulta, continua a essere l’unico a sostenere che le pietre funzionano in maniera diversa dall’Aspirina. Insomma, come mia abitudine, non so se si è capito, si trattava di un lavoro garbatamente polemico sull’industria sorta alle spalle della gente semplice che, a causa appunto della propria semplicità e ingenuità, è facile preda di sedicenti maghi, imbroglioni e teoreti del marketing. A chiare lettere, in quel lavoro dico “Per dovere di completezza riportiamo alcune tabelle con vari abbinamenti, ma sia chiaro che ne teniamo le distanze…” …e quasi tutti che, quando sfogliano quel volume, vanno a cercare quelle tabelle! Che poi, per lo stesso fatto che nessuno ne giustifica l’origine, ognuno può dire impunemente quello che vuole. Ma è sempre stato così? Non lo so. Nella Bibbia si parla sovente di pietre preziose, quindi erano veramente conosciute e apprezzate anche nell’antichità: le dodici pietre del pettorale del sommo sacerdote, le dodici pietre nella fondazione di Gerusalemme, tanto per citare le più famose. E, caspita, sono in numero di dodici!!! Solo che… solo che ogni traduzione nomina pietre diverse, quindi possiamo giusto dire che le pietre sono certamente importanti, ma non si sa di che pietre si sta parlando. Tanto vale quindi cominciare daccapo, senza scomodare più di tanto quei pasticcioni di antichi. Anzi, no! Una citazione mi sta troppo a cuore: quel grande di Plinio il Vecchio, parlano di diamanti, diceva “Si tratta di pietre talmente rare che sono conosciute solo dai re, e non da tutti i re”. Troppo forte.
C’è chi dice che i gioielli non servono a nulla. Eppure, anche quegli zotici che dicono fesserie del genere bevono da bicchieri e non direttamente a canna, e indossano vestiti e non stracci. Insomma, è chiaro che ogni forma d’arte ha alle spalle una cultura, e i gioielli non sono da meno. Certo, se cominciamo a parlare di cosa si combinava nella tale epoca e cosa si pensava nella talaltra, non ce la caviamo più, quindi saltiamo il fosso e vediamo direttamente cosa “io” intendo per gioiello e pietra preziosa. E, se altri la pensano diversamente, beati loro.
Le due anime del gioiello
Femminile e maschile, proprio così. C’è il metallo che lega la pietra al gioiello e il gioiello al dito, conta la storia, è malleabile, lo puoi rinnovare, modificare, con un po’ di maquillage lo tieni sempre lucido, come nuovo, insomma, il metallo è l’anima femminile del gioiello. E c’è la pietra, dura, inalterabile, mi spezzo ma non mi piego, che cerca e diffonde la luce, che grida una storia di colore, che con la sua durezza sfida le leggi del tempo, che con la sua lavorazione vanta un rigore geometrico folle…, la pietra è l’anima maschile del gioiello. “Il” metallo, femminile; “La” pietra, maschile. Avete presente il simbolo del Tao, dello Yin – Yang? Nella parte bianca c’è un punto nero, nella parte nera c’è un punto bianco. I due aspetti non sono contrapposti ma complementari; assieme rappresentano una danza d’armonia. Un gioielliere che partecipi a fondo di queste semplici verità produrrà solo gioielli d’arte. E gli altri? E che me ne importa! A proposito, dopo avere avuto l’intuizione di codificare in queste semplici regole la filosofia e la psicologia del gioiello, ho provato a interpretare, sempre con questa chiave di lettura, alcuni gioielli classici. “Dimmi che gioiello indossi, e ti dirò chi sei.” Certo, possiamo giocare al piccolo psicologo e “leggere” i gioielli indossati, ma a una rigida condizione: è vietato offendersi, e bisogna ricordare che è una specie di gioco, e che non è per nulla sicuro che sia vero. Spero che queste premesse siano sufficienti per evitare qualche querela ma, prima di interpretare altri gioielli, vediamo di interpretarne qualcuno dei miei.
L’anello del Dragone

Il mitico dragone che si mangia la coda e inghiotte ed espelle l’”Uovo Cosmogonico”, fonte e fine di tutte le stelle!
Sì, il mitico dragone che si mangia la coda e nel frattempo ingoia ed espelle l’Uovo Cosmogonico, fonte e fine di tutte le stelle, con tutte quelle scaglie che sembra si agitino gioiose, e nella bocca spalancata quella pietra, uno zaffiro o un rubino stellato, sì un cabochon che gioca con la luce, perché, se una pietra sa giocare così bene con la luce, noi, di cosa siamo capaci se impariamo a conoscerla un po’ meglio questa luce? Sì questa luce che vivifica draghi e pietre, che ci invita a guardare in alto, e allo stesso tempo ci invita a cercare il bello nelle piccole cose, come nelle scintille degli occhi di rubino del drago, o nelle scaglie della sua lunga coda che ci avvolge il dito e l’anima.
Il Globo di Cristallo

I gioielli in argento non devono essere delle copie economiche di quelli in oro; la garbata magia e l’indiscutibile simpatia si questa sfera di cristallo lo dimostrano al di là di ogni ragionevole dubbio!
Il globo di cristallo? Beh, è chiaro, è quello del mago Merlino, e se ne vagava tranquillo nelle alte sfere, senza problema alcuno, poi, capita, poi è stato incuriosito dalla nostra Terra, dalla vita che la fa pulsare, e si è posato su di una pianta. Sì, perché il globo è perfetto fin che vuoi, ma mica si può aggrappare da nessuna parte! E, con questa pianta, si sentiva proprio bene, talmente bene, che hanno cominciato a viaggiare assieme, sì, perché i rami lo sorreggono, lo abbracciano, lo coccolano, e poi non è detto che
siano solo rami, anzi, sembrano delle fiamme, sì, delle fiamme che lo portano in volo, e anche delle dita, delle dita che lo trattengono e lo accarezzano. Insomma, sì, lo so, si tratta di un gioiello, ma non “solo” di un gioiello, perché, vedi, l’anima maschile del globo di cristallo e quella femminile dei rami di metallo aggrovigliati, qui contano una fiaba d’armonia e di volo, perché la magia femminile non si può esprimere senza che un mago la attivi, insomma, provalo anche tu quest’anello, e dimmi se è poco bello!
L’anello della Pace (dello Yin – Yang)

“Anello della Pace” e sua evoluzione in “Anello del Bing Bang Tao”. L’inesauribile ricchezza dell’antico simbolo dello “Yin Yang” è continua fonte di ispirazione. Da migliaia di anni.
Già abbiamo accennato all’antichissimo simbolo dello Yin – Yang, del Tao. Abbiamo usato oro giallo con brillante bianco e oro bianco con brillante giallo. Dato che il simbolo è dinamico, mutevole, si rincorre, lo abbiamo costruito in due anelli separati che si possono dividere e riabbracciare, e il loro leggero movimento mentre li indossi rappresenta un continuo abbraccio, pieno di vita, di desiderio di gioco e d’amore. Senza le pietre sarebbe zoppo, con pietre diverse da quelle usate sarebbe confuso. Così com’è è un inno alla pace, al legame, all’armonia, alla conoscenza.
L’anello del Big Bang Tao

“Anello del Bing Bang Tao”. Le anime maschile e femminile dell’oggetto cantano una danza che è anche un abbraccio.
Ho usato la stessa struttura dell’Anello della Pace per andare un po’ oltre. Ho allargato gli spazi, e ho raggiunto nelle profondità della Terra una pepita d’oro, e ho raggiunto nelle altezze del Cielo una meteorite. La pepita d’oro ha compiuto un lungo viaggio nell’interiorità, La meteorite, nell’esteriorità, e le ho riunite perché continuino il viaggio in tua compagnia. Il minuscolo brillante rappresenta la scintilla dell’incontro e, anche qui, il leggero movimento mentre lo indossi, è come un continuo abbraccio.
Nell’anello precedente, anziché usare delle pietre, ho usato una pepita d’oro e una meteorite. Metalli? Sì, ovviamente, ma metalli raccolti e mantenuti così come sono stati trovati, vale a dire nel momento in cui erano ancora pietra, in quanto non sono stati né fusi, né lavorati in alcun modo. In altre parole, dopo avere inventato una regola (quella della pietra maschile e del metallo femminile), è troppo divertente infrangerla, così ho composto il “Ciondolo con sasso e oro di fiumi alpini”.
Ciondolo con sasso e oro di fiumi alpini

Un esempio di gioiello legato al territorio: sasso del Ticino con, all’interno, un pizzico di oro nativo raccolto fra le sabbie dello stesso Ticino.
Ho preso un sasso di fiume, l’ho forato per sostenerlo con un cordino, e ho scavato una nicchia, che ho poi protetto con un vetro curvo. Dentro alla nicchia ho messo un pizzico d’oro raccolto lungo lo stesso fiume. In altre parole, ho lavorato plasticamente il sasso, entro il quale ho messo dell’oro raccolto mentre è ancora pietra. Una completa inversione dei simboli! Il maschile ambisce a esprimere la propria femminilità, il femminile la propria mascolinità. Inoltre, un forte legame, un vero orgoglio di appartenenza a un territorio.
Questo gioiello mi permette di dare una spiegazione che prima avevo brillantemente glissato. Quando una pietra diventa preziosa? Quando fa vibrare qualche nostra recondita corda in qualche modo tesa dalla nostra cultura e sensibilità, oltre che dal nostro personale “senso del bello”. Così può essere prezioso un rubino birmano, esattamente come può essere prezioso un sasso del Ticino, purché ci sia una qualche emozione, una qualche storia che ci faccia vibrare in sintonia.
Ciondolo Vento di Luce

Ciondolo “Vento di Luce”. Può sembrare una scommessa, ma volevo un oggetto in cui non si capisse dove finisce il metallo e dove finisce la pietra.
Ma ormai la sfida con me stesso continuava, e volevo un gioiello in cui non si capisse dove finisce la pietra e dove finisce il metallo. Desideravo una comunione, una partecipazione intima e totale fra le due anime del gioiello, il metallo doveva cantare di luce, e la pietra la volevo liquida e cangiante, insomma, una specie di gioco di prestigio, ed è così che ho composto il ciondolo “Vento di Luce”.
Il padiglione della pietra, generalmente nascosto dalla montatura, qui si riflette mille volte nello specchio concavo d’oro bianco, così il colore e la brillantezza ne sono amplificati, e le faccette della gemma si moltiplicano nella cupola d’oro che sembra molto più profonda, e tutto palpita in una danza senza fiato. Le due anime del gioiello si fondono con intimità e gioia in un turbinio di colori e di scintille, come se un magico vento facesse vorticare un arcobaleno.
Ma adesso basta parlare bene dei miei gioielli; è ora di parlare male dei gioielli degli altri! Avevo promesso una lettura psicologica dei gioielli tradizionali. Parliamo quindi del più classico degli anelli: il “Solitario”.
Il Solitario
Il metallo serve solo a sostenere la pietra; meno si vede, meglio è. Il metallo è quindi gregario ma, proprio perché così soffocato, conta una storia importante, anche se non edificante. La pietra che domina, che schiaccia, che soffoca. Il maschio che ostenta il proprio potere, con la femmina che subisce. In certi casi, il metallo serve a fare apparire la pietra un po’ più grande, sottolineando un certo squallore. Da notare che l’oro, per sua natura, è giallo, mentre in questi anelli l’oro rinuncia anche al proprio colore per pitturarsi del colore del diamante, per nascondersi e scomparire, per fare brillare solo il diamante. È rarissimo che una donna si comperi un solitario; nella stragrande maggioranza dei casi lo riceve in regalo dal “maschio dominante” che, con quel regalo, sottolinea il proprio successo, la propria autorità, il proprio dominio. “Un diamante è per sempre”!
Trilogy
Sono tre diamanti taglio brillante, allineati in un unico anello. Tre diamanti dello stesso peso figurano di più, e costano di meno, di una singola pietra dello stesso peso. Qui, il ruolo del metallo è completamente diverso. Anche se nell’ombra, il metallo conta una storia piuttosto intrigante. È un anello che molte donne comperano per se stesse, o che insistono per farselo regalare. Il metallo, cioè la femmina, lega tre pietre, cioè tre uomini. E il marito, tutto contento, pensa che siano il padre, il marito e il figlio. E la moglie lo lascia credere, ma i tre uomini sono uno nei sogni, uno nel letto, e l’altro nell’armadio.
Margherita
Avete presente le famiglie patriarcali dei bei tempi andati? C’era un capo famiglia che era veramente un capo, poi una serie di sottocapi, e le donne in cucina e nei campi. Qui, si ripete questa gerarchia: una pietra centrale, contornata da fedeli luogotenenti che, per l’occasione, sono tutti uguali, mentre al metallo è relegata una funzione meno che gregaria, proprio di puro ordine e pulizia. Talvolta, il vezzo di qualche ricciolo. Vengono in mente gli harem, con le donne recluse, ma alle quali vengono regalati vestiti e gioielli, che non sfoggeranno mai se non in occasioni celebrative di questo potere autoreferente, come matrimoni e altre feste rituali.
Un altro mito da sfatare: I gioielli regalati
La maggioranza dei gioielli commercializzati vengono comperati per essere regalati e, quel che è peggio, “per fare una sorpresa”. Chi vuole fare il regalo, si pone quasi sempre il problema di scegliere qualcosa che piacerà al destinatario del dono. Tutto ciò concorre all’abbassamento del livello di fantasia, al demandare la scelta a modelli stereotipati, al subire l’influenza della pubblicità, all’unire al regalo l’aspetto di “investimento”, e banalità di questo genere. Tutte cose che con il buon gusto e la costruzione di una storia personale, hanno ben poco a che fare. Noi consigliamo di scegliere il gioiello assieme, con la complice consulenza di un bravo gioielliere. Meglio ancora, regalare la pietra e, successivamente, costruire attorno a essa il gioiello.
E le pietre incise?
Chi mi conosce, sa che ho una passione sfrenata per Plinio il Vecchio. Lui sosteneva che le pietre preziose dovevano essere incise, che non conosceva lavorazione migliore. L’argomento è stimolante, importante, più serio di quanto non sembri a prima vista. Ricordiamo la nostra “chiave di lettura”: il metallo è l’anima femminile del gioiello, mentre la pietra ne è l’anima maschile. Bene, a prima vista, le pietre incise possono sembrare una contraddizione, in quanto sono state lavorate plasticamente, quasi fossero una sorta di metallo. Si impone quindi un approfondimento. “Prendiamo un blocco di marmo; gli togliamo le parti inutili, e ciò che rimane è la scultura che attendeva di essere restituita alla luce.” Frasi del genere sono state attribute a più scultori, mentre è chiaro che ciò è vero solo per la lavorazione delle pietre preziose. Dato un grezzo, il tagliatore deve sapere trarre il massimo in dimensione, forma armonica, brillantezza, enfatizzazione del colore, minimizzazione dei difetti, risalto della personalità. All’interno di quel grezzo, esiste un solo disegno di taglio che assomma tutte quelle caratteristiche nel migliore di modi. Ovviamente, non è pensabile che da un lotto di pietre grezze si possano ottenere pietre tutte uguali fra di loro, a meno che non si tratti di materiale di bassa qualità, o sintetico. Insomma, le pietre eccezionali sono tutte rigorosamente uniche. Ma approfondiamo un po’ questa lavorazione. La pietra, la cui anima è maschile, viene lavorata con una cura che ricorda le attenzioni di una madre amorosa, tesa a creare i presupposti perché i talenti del figlio si possano sviluppare, e non le importa quali siano questi talenti. Dietro a ogni grande uomo (o donna), c’è (quasi) sempre una madre eccezionale. Bene. Ma perché lavorare una pietra? Superato l’aspetto utilitaristico, la pietra diventa simbolo, talismano, sigillo, mito, aggancio, chiave a livelli superiori come la magia, la religione, l’arte. Una pietra può essere lavorata in moltissimi modi diversi: scultura, incisione, cabochon, sfaccettata, mista, semigrezza, eccetera. Tutte, ma proprio tutte le lavorazioni, sono in qualche modo legate a qualche momento storico, a qualche cultura particolare. Le pietre incise, più delle altre. Uno zaffiro con inciso lo stemma di una famiglia, sembra l’immagine a uno specchio magico di una scena di caccia incisa in una grotta sahariana di diecimila anni fa. Su di una pietra, un’emozione sociale che cavalca le barriere del tempo, e risveglia emozioni. Sì, perché siamo tutti fratelli, specialmente quando quei simboli incisi volevano segnare la differenza. Non sono contraddizioni; nell’arte vera non ci sono mai contraddizioni. Ragionamenti al confine della logica? Anche la magia lo è. Nella nostra attuale civiltà ipertecnologica, una pietra incisa può scatenare emozioni che non sapevamo esistessero. Che poi, cosa c’è alla base della nostra civiltà ipertecnologica? Tutta l’elettronica si basa su microscopici cristalli di silicio, variamente lavorati, anche se invisibili a occhio nudo. Quei transistor sono attraversati da guizzi di energia, di cui noi giusto conosciamo gli effetti. Anche accarezzando una pietra incisa c’è uno scambio di energie, e gli effetti possono essere strani. Questo accade per le pietre antiche, ma anche con le pietre moderne, purché abbiano qualcosa da contare.
Sassi e pietre preziose

Suiseki. Due sassi scolpiti dal fiume, uno a forma di germoglio, l’altro che sembra un opera di Modiglion
Un sasso è prezioso se fa vibrare il “senso del bello” che è riposto in ognuno di noi. Pietre e gioielli sono un importante passo nella ricerca del “bello” nelle piccole cose.
Ho raccolto dei sassi lungo il Fiume. Tutti lo abbiamo fatto. E, quando lo abbiamo fatto, abbiamo risvegliato il bambino che è in noi. La disciplina di raccogliere sassi ha origini antiche; in Oriente ha anche un nome: “Suiseki”, e i loro cultori si attengono a rigidi protocolli. Anche da noi, c’è chi si attiene a quegli stessi protocolli. Quando raccolgo un sasso dal Fiume, intendo diffonderne la bellezza e l’armonia al di là del suo alveo. Tutta la civiltà delle valli è tributaria del Fiume, anche se questa consapevolezza si è molto sopita. Amo il Fiume come un antenato che ho avuto la fortuna di conoscere a fondo. Questo antico parente mi ha lasciato in eredità l’arte di raccogliere oro e sassi meravigliosi dalle sue sabbie. Ho anche legato qualche bel sasso a qualche simbolo amico, con delle semplici incisioni. Non voglio tenere per me questi segreti; desidero che tutti tornino ad amare il Fiume.

Stonehenge di luce. Mentre lo Stonehenge classico è composto di volumi e ombre, questi sassi del Ticino riflettono una luce dorata, ricordo del sole e dell’acqua che li hanno modellati.
Paolo Severi, gemmologo, tagliatore di pietre preziose, gioielliere, scrittore, fotografo e divulgatore di gemmologia, assieme alla figlia Francesca, gestisce la bottega “Ori e Gemme”, via Siro Comi 25, a Pavia (Tel: 0382 302103). I suoi libri sulle pietre e il suo sito www.oriegemme.it sono un punto di riferimento per chi cerca informazioni che vadano al di là dei soli aspetti quantitativi.

Pietre. Stones. Pierres. Steine. Saxa.

L’ambra messicana, calda e trasparente, ben si presta a riproporre antiche emozioni legate a culture che tuttora palpitano fra antiche rovine e visioni di giovani artisti.


L’ambra è fra i materiali gemmologici di più antico utilizzo presso moltissime civiltà. Queste sculture cinesi sono di epoca ming e ching.

Dai ghiacci siberiani spuntano le zanne di questi nobili pachidermi estinti da poco più di 10mila anni. Questi oggetti, lavorati con grande amore, invitano al rispetto di Madre Natura, anche quando si esprime in modo a noi inconcepibile.
Che le pietre siano alla base della civiltà, di ogni civiltà, è talmente evidente, che non ci facciamo neanche più caso. E questo è un male, perché, man mano che ci allontaniamo dalle pietre, le cose non è mica detto che migliorino. Un esempio. Prendiamo un muro di pietre a secco. È impossibile vederne uno brutto. Passiamo ora a un muro di pietre legate con qualche tipo di malta; non è la stessa cosa, ma sono comunque dei bei muri. Poi sono arrivati i mattoni; se non sono allineati più che bene, tanto vale intonacarli, e l’intonaco mica dura, insomma, i muri in mattoni cominciano a creare dei problemi, che sono niente in confronto ai muri costruiti in cemento che, quando invecchia, si colorano di una tristezza desolante. Se poi pensiamo ai muri di lamiera, destinati ad arrugginire, o di eternit, o di cartongesso, viene una malinconia incontenibile.Mentre i muri antichi
diventano sempre più belli col passare del tempo, i muri moderni, se non sono accuditi con costante manutenzione, diventano orribili. In altre parole, non sono fatti per durare nei secoli. E l’uso delle pietre in architettura è solo uno degli esempi. I musei etnografici sono zeppi di reperti in pietra lavorata. Quale che sia stata la storia di quegli oggetti, da essi emana sempre una forza, un fascino, un coinvolgimento che difficilmente i nostri posteri potranno trarre da oggetti in cemento o plastica dei nostri tempi. C’è da pensare che le prime pietre venissero lavorate per utilità: punte di lancia, proiettili per fionde, contenitori per acqua, costruzione di capanne. Superato l’aspetto utilitaristico, ecco che i nostri bravi artigiani compiono un enorme balzo qualitativo in avanti, trascendono l’aspetto pratico, lavorano la pietra per farne oggetti d’arte, magici, di culto, di memoria, di scrittura, sì, la pietra che sfida il passare delle generazioni, che è incorruttibile, bene si presta a rappresentare simbolicamente la divinità, e ogni clan si raggruppa davanti al proprio idolo, attorno a quale si costruisce il tempio, così il villaggio, coeso da un’unica fede, si rafforza e domina i villaggi vicini. Così, fra sublimi scoperte, raffinate speculazioni metafisiche, inimmaginabili crudeltà, il consorzio umano procede nel travagliato cammino della, delle sue civiltà. E le pietre lavorate hanno sempre accompagnato questi cammini, offrendo allo storico, all’archeologo, all’etnografo, il piacere di sorprendenti parallelismi culturali, di fantastiche scoperte fuori dai tempi, di misteri irrisolti sulla lavorazione delle pietre. Sì, perché la stessa metallurgia è figlia della lavorazione delle pietre; tutti i metalli si ricavano da rocce e pietre particolari, e necessitano di lavorazioni complesse. Beh, non tutti i metalli, per esempio, l’oro lo si trova anche allo stato puro, lungo moltissimi fiumi, come pepita o pagliuzza, e la sua raccolta era conosciuta dai tempi più antichi, anzi, probabilmente era più conosciuta nell’antichità che non oggi. Figuratevi che c’è anche chi ignora che il nostro Ticino sia pieno d’oro…
Pietre incise



Fra le pietre opache, il lapislazzuli vanta un utilizzo per oggetti sacri e rituali molto antico. Quieste sculture, pur se prodotte artigianalmente in tempi recenti, si rifanno a motivi floreali di anche tradizioni.

La ricca varietà cromatica delle giade ben si presta a interpretazioni molto differenti fra di loro, sia oggi, sia dai tempi più antichi. (Foglia in giada nefrite, scultura tradizionale in giada grasso di montone e drago in giada imperiale e lavanda).

Budda in zaffiro massivo.
Tutti siamo stati in qualche museo, tutti sappiamo che i gioielli antichi, quelli antichi per davvero, hanno un fascino che ti prende, anche se non sai perché. I gioielli recenti, raramente ti danno emozioni simili.
Desideriamo capirne il motivo. I gioielli dei tempi antichi non li comperavi in bottega, non erano reclamizzati alla televisione, non erano distribuiti da multinazionali. Artigiani specializzati li modellavano apposta per pochi clienti e per particolari occasioni. A distanza di epoche incalcolabili continuano a contare le emozioni legate a quelle storie. Sì, quelle pietre sono magiche, il loro fascino ci fa vibrare qualche corda interiore.
Il grande Plinio il Vecchio sosteneva che la giusta lavorazione di una pietra preziosa era l’incisione, perché ogni altra non era abbastanza personalizzata. Parlando di gioielli siamo tornati indietro nel tempo. Torniamo ancora più indietro.
Siamo nella grotta di un nostro antenato, una brava persona che aveva imparato a cacciare con una lancia costruita con un bastone e una selce scheggiata come punta. Era orgoglioso di quella selce scheggiata: gli dava un’enorme vantaggio rispetto agli animali che cacciava. Nella parete della grotta vede una macchia sulla roccia. Gli ricorda la gazzella che ha catturato. Con una scheggia di selce ne ripassa i contorni per avere un disegno più somigliante. Ne rimane compiaciuto, anche se non si è reso conto di avere inventato la scrittura e tutte le arti figurative.
Anche la gioielleria è figlia di quell’intuizione. Le pietre preziose sono diventate simbolo, hanno superato il momento di utilità per sconfinare nell’arte e nella magia. Proprio così: pietre e gioielli, senza una storia alle spalle, sono solo oggetti decorativi.
Una storia. E che sia diversa dalle banalità della pubblicità che, spesso, anziché dare informazioni, ti rifila illusioni. No, vogliamo storie vere, legate a te, alle tue emozioni, al tuo territorio.
Prendiamo un sasso. Come mai ha la forma che ha? Prima era una roccia, staccatasi dalla montagna alla quale è stata aggrappata per milioni di anni, poi il fiume l’ha rotolata a valle, smussandone le asperità. In parte è diventata sabbia e terreno fertile, in parte ha mantenuto questa bella forma di sasso. Tutto, su questa terra, è terra in qualche modo trasformata, così molte rocce, divenute terra, hanno partecipato, e continuano a partecipare, al brivido della vita. È uno dei mille modi della Trasformazione. E, talvolta, la vita trasforma gli stessi sassi: i datteri di mare che scavano la roccia, i fossili che disegnano di stupore l’interno delle rocce, l’uomo che scolpisce monumenti.
Consapevolezza.
Se ci fosse più consapevolezza, se ci si rendesse conto che molte delle nostre opere dureranno molto più di noi, probabilmente saremmo circondati da cose meno brutte, se non addirittura belle. I gioielli hanno il vantaggio di essere totalmente riciclabili (gli edifici in cemento armato hanno più problemi di smaltimento). Ma, un bel gioiello, o un bell’edificio, non gli verrebbe mai in mente a nessuno di distruggerli, mentre sorgono come funghi i negozietti che campano ritirando l’oro usato, che verrà inesorabilmente fuso.
Parliamo di gioielli e di pietre incise. È chiaro, a questo punto, che ogni segno impresso su di una pietra risente di tutta la nostra cultura. È per questo che esiste una gioielleria stereotipata, figlia degli aridi algoritmi del marketing, ed esiste una gioielleria legata alla persona, a storie vere, al territorio.
Abbiamo già spiegato che il gioiello ha due anime, una femminile, rappresentata dal metallo, e una maschile, dalla pietra. Un gioiello deve partecipare con equilibrio a questi due aspetti, e un bravo gioielliere può giocare a mischiare i ruoli. Così è, per esempio, con le pietre incise, che mantengono la rigidità della pietra, pur accettando la plasticità dell’incisione.
Ma torniamo dal nostro simpatico e fantasioso avo. Per incidere la parete della sua grotta, usava una punta di selce, vale a dire una pietra un po’ più dura della parete. Poi, per controllare il lavoro e per fare meglio correre la punta, lubrificava con acqua. Come si lavorano oggi le pietre, a distanza di molte migliaia di anni? Esattamente allo stesso modo.
Pietre incise e scrittura

Abbiamo visto che scrittura e lavorazione delle pietre sono nate assieme. Oggi, le due discipline coesistono solo nelle lapidi, cose utili, ma non sempre serene e allegre. Abbiamo riunito le due discipline in un oggetto che le celebrasse con la grazia del sorriso. Così abbiamo forato per il lungo un cristallo di quarzo (e non è stato facile), e ora il foro ospita il refill di una penna a sfera. Il tutto, si sostiene su di un sasso di fiume. Pietra grezza, cristallo naturale, pietra lavorata, scrittura, tutto in un oggetto simpatico che, a prima vista, non si capisce bene a cosa serva. Ma, una volta impugnato il cristallo, ci si accorge che è comodissimo, con una insospettata forma anatomica.
Che senso hanno, oggi, le pietre incise?

Differenti incisioni dello stesso blasone in rubino massivo, agata stratificata, agata corniola. In basso a destra il sigillo riprodotto in ceralacca. Anche oggi è possibile continuare il solco di antiche tradizioni.
Beh, lo stesso di sempre. In effetti non c’è motivo per pensare che le pietre incise possano avere avuto un ruolo in passato, e che oggi lo abbiano perduto. Certo, i tempi cambiano, per cui sembra che cambino anche valori e abitudini ma, spesso, si tratta “di cose vecchie, con un vestito nuovo”.
Oggi sono in pochi che provano piacere nel distinguersi con un blasone di famiglia inciso su di uno zaffiro, così come in pochi si riconoscono come affiliati a un club esclusivo o a una setta segreta per un simbolo inciso su di una pietra. Molti club hanno un distintivo di metallo, riproducibile a volontà, ben misera cosa rispetto a un sigillo scolpito nella pietra.
C’è da dire che le nuove tecnologie possono rendere più accessibili anche oggetti molto raffinati, per cui prepariamoci a un’invasione di pietre incise senza anima, a squallida imitazione dei fasti di un passato che ci è estraneo, così come è successo, e continua a succedere, per la gioielleria e bigiotteria che, troppo spesso, ripropongono antichi schemi. Come se i tempi attuali non siano in grado di proporre idee nuove e nuove storie.
Simboli

Sassi del Ticino con inciso il logo di Ori e Gemme e lo stemma della città di Pavia.

Un segno inciso su di una roccia in tempi dimenticati, un glifo riportato in un cartiglio scritto in lingue sconosciute, un segno di un rituale di cui si è perduto il significato, oppure un simbolo conosciuto, sul quale sono state scritte intere biblioteche, come la croce, la svastica, la spirale, il tao. Ogni simbolo racchiude un potere misterioso, anche se, di quel simbolo, non se ne sa nulla o, come per la svastica, si hanno generalmente informazioni fuorvianti. Prova ne sono i tatuaggi: molti giovani amano marchiarsi con segni tribali; di essi non sanno nulla, ma sentono un vuoto nell’anima che desidererebbero colmare. A noi piace cercare simboli legati al territorio, inciderli su pietra e diffonderli. Chissà, forse, così facendo, i loro antichi significati possono tornare a galla, e aiutare a colmare un vuoto di coscienza che, purtroppo, sentiamo molto presente nella nostra civiltà.
Tatto

Il fascino onirico del drago, magistralmente inciso nell’oro, si accompagna alla morbidezza dell’opale messicano e alla danza dei suoi liquidi colori.

Dilemma: è più pregevole la scultura operata dall’uomo su questo cristallo di quarzo, o quella operata da Madre Natura che si è divertita a costruire un cubo di pirite al suo interno?
Le pietre preziose sono normalmente associate al senso della vista: colore, forma, taglio, inclusioni, brillantezza, fenomeni ottici particolari come gatteggiamento, asterismo, cangianza, pleocroismo, sono tutte caratteristiche legate alla vista. Eppure, relegare alla sola vista il piacere di una pietra è limitativo. Vi insegno un gioco. Prendete un grosso quarzo cabochon, meglio se stellato. In alternativa, potete accontentarvi di una sfera di quarzo, del diametro di due o tre centimetri. Giocateci un po’, girando la pietra fra i polpastrelli. Meglio se a occhi chiusi. Quando comincerete a sentire che la superficie curva della pietra diventa morbida, non vuol dire che state impazzendo, ma che il gioco sta funzionando, quindi continuate ancora per qualche minuto. Cosa c’entrano queste considerazioni con le pietre incise? Ma è logico; bisogna imparare a distinguere i dettagli dell’incisione a occhi chiusi, con i polpastrelli, così si partecipa meglio all’intimità della pietra, non solamente con gli occhi. E, se si tratta di un simbolo che ci sta particolarmente simpatico, se abbiamo caricato quel simbolo di valenze magiche, saremo più ricettivi, più in sintonia con qualcosa nella nostra intimità e, chi lo sa, più in sintonia con l’intimità del nostro bel pianeta.
















