(Ogni riferimento a fatti realmente accaduti, è proprio vero.)
Ratnapura. E’ una cittadina di Sri Lanka, in montagna, e se uno non lo sa, difficilmente potrebbe credere che è uno dei maggiori centri del mondo per il commercio degli zaffiri. Catapecchie fatiscenti, bambini seminudi, mendicanti, venditori delle cose più banali e bizzarre, gente con le labbra sporche del rosso disgustoso del “betel”, la blanda droga in vendita ovunque; la strada che è un pantano, colori vistosi e odori poco gradevoli, polli, capre e maialini che scorrazzano in piena libertà. E gruppi di persone, quasi tutti musulmani, vestiti con un “sarong” bianco immacolato, che guardano contro luce dei sassolini che poi ripongono in fazzolettini di cotone bianco. Quelli sono i commercianti di pietre preziose. E il commercio si svolge all’aperto, in mezzo alla strada, o in uffici che hanno dell’incredibile: una stanzetta, tutta aperta sulla strada, arredata con una grezza scrivania e qualche sedia sgangherata. E il classico accompagnatore che porta qualche sventurato turista a effettuare l’affare del secolo. Gli accompagnatori turistici, vera piaga nazionale di quel paese, ricevono oltre il quaranta per cento di quello che riescono a fare spendere a chi accompagnano! Naturalmente il commercio turistico è una frangia marginale, e in quei posti incredibili è realmente possibile vedere delle fortune in gemme. Naturalmente è difficile vedere merce di grande qualità, e ancor più difficile è comperarla a buon prezzo.
Si può comperare materiale grezzo, ed è un gioco d’azzardo ad altissmo rischio. Si può comperare materiale già lavorato, e la differenza di quotazione con i mercati occidentali è minima. Si può comperare materiale lavorato non molto bene, con l’idea di ritagliarlo meglio, e questo discorso può talvolta essere interessante; qualche rara volta, molto ma molto interessante.
Nella piazza di Ratnapura, veniamo aggrediti dalla furia del monsone. Ci chiudiamo in macchina, e ci disponiamo ad aspettare la mezz’oretta necessaria perché la furia degli elementi si placasse. Un vento, un acquazzone talmente forte, che a stento mi rendo conto che qualcuno bussa con insistenza al vetro dell’automobile, sempre che si possa chiamare “automobile” quell’ammasso di ferri vecchi tenuti assieme col filo di ferro e che, miracolosamente, da più di trent’anni arranca fumigando per le montagne e le valli di quell’isola. Abbasso di qualche centimetro il vetro; quanto basta per fare entrare uno spruzzo violento d’acqua calda, e due dita con un fagottino. Il classico fagottino di cotone bianco, con dentro una qualche pietra. Si trattava di un cabochon azzurrastro, mal tagliato e dal peso considerevole: un centinaio di carati. Me ne innamorai immediatamente! Il mio amico silonese, un piccolo commerciante che mi accompagnava, a dirmi che era una schifezza, e io a dirgli che lo avevano tagliato al contrario e che, una volta ritagliato, poteva diventare qualcosa di molto gradevole. E quel tale, là fuori, che urlava che voleva entrare in macchina, e noi a dirgli che mica lo avevamo invitato, e lui a volere indietro la sua pietra, e io a dirgli che se me la aveva data, dovevo ben guardarla con calma, e la tempesta che infuriava con raffiche di vento e scrosci di pioggia. Alla fine abbiamo fatto entrare in macchina quel tale, fra le rimostranze del mio amico che temeva che la macchina potesse soffrire se bagnata anche all’interno. E a contarmi la storia di quella pietra, che era stata pagata grezza carissima perché si riteneva che fosse uno zaffiro stellato di bel colore, invece la stella non c’era, e il colore non era quel gran che, e allora era costretto a venderla sotto costo. Il comico è che diceva senz’altro la verità; quel genere di pietre, da grezze sono molto ingannevoli. Ma più la gurdavo, più la illuminavo con una piletta, più sentivo che era stata tagliata al contrario. E il mio amico a volere cacciare via quell’intruso che gli aveva allagato la macchina e a volere impedire che facessi la fesseria di comperare quel sasso mal tagliato, e io che faccio la mia offerta, quasi offensiva per quel venditore, e che solo dopo due ore di estenuante trattativa mi accordo per un prezzo che ha fatto andare via il venditore con la coda fra le gambe, che ha fatto brontolare il mio amico per una intera settimana, che mi ha dato il piacere di una importante scommessa con me stesso.
Per tagliare certe pietre, bisogna uno stato emotivo particolare. E per quella pietra, il momento giusto è capitato dopo un paio di anni: con le pietre non bisogna mai avere fretta. Mi limiterò a dire che avevo intuito giusto. Con le pietre, talvolta è come con l’alchimia: è possibile trasformare la materia vile in oro. E quella pietra, che era un cabochon di zaffiro azzurrastro, è diventato, dopo averlo ritagliato, uno zaffiro stellato con una splendida stella luminosa a sei raggi di luce, su di una estesa superficie di cabochon blu intenso, del peso di una settantina di carati, e di una bellezza incredibile.
A quella pietra sono veramente grato. Una storia particolare per comperarla, una scommessa per giudicarla, una soddisfazione enorme nel lavorarla, e una punta di nostalgia e di rimpianto nel separarmene.
















