Poesie di pietre – Zaffiro di Pasqua

L’ho chiamato Zaffiro di Pasqua, perché l’ho lavorato il giorno di Pasqua. Per via del Coronavirus.
Si tratta di uno zaffiro naturale alluvionale largo tre dita. Ne ho lucidata una faccia, senza modificarne il perimetro, per mantenere la memoria del “sasso” di partenza. Il problema che mi sono posto è: lo zaffiro, durezza 9, enormemente più duro di tutti gli altri sassi del fiume, come ha fatto a perdere completamente l’abito cristallino e arrotondarsi come fosse un sasso come gli altri? È da escludere un letto di un fiume completamente composto da zaffiri. E allora? Allora, lo zaffiro, oltre che molto più duro, è anche molto più pesante. Quindi, nel letto del fiume, si muove poco, e solo durante le piene impetuose. Poi se ne sta fermo, e gli altri sassi lo sfregano, e pian piano viene eroso anche lui. Alla piena successiva si sposta di qualche metro, cambia di posizione, e viene levigato da un’altra parte. E così per qualche migliaio di anni, fino a che arriva nel mio laboratorio, e io gli do la botta finale.
Ma parliamo del suo colore. C’è ben poca differenza fra il suo blu, quello di un cielo corrusco e di un mare che freme. Nella scala cromatica il blu è l’ultimo dei colori primari, poi c’è il colore complementare viola (blu + rosso, unione dei due estremi) che sconfina nella fine dei colori visibili. Cielo e mare segnano i confini dei nostri orizzonti, sono enormemente ampi, ci sembrano illimitati, ma li sentiamo comunque nostri. Per questo il blu è un colore che piace a tutti e, trovarlo in una pietra, è come portare con sé i propri orizzonti.
Zaffiro azzurro,
cielo che sfuma in mare,
qui, sul mio dito.
















