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35-Il Vescovo: S Marino dovrà essere riaperta

UN ANNO CON GIUDICI

Il vescovo di Pavia monsignor Giovanni Giudici

E’ positivo il bilancio del vescovo

Pavia, la Chiesa ora chiama i laici

Nell’anniversario del suo ingresso nella Diocesi, ha anche un sogno: il pellegrinaggio a Gerusalemme

PAVIA. Giovanni Giudici, un anno dopo. L’11 gennaio del 2004 il nuovo vescovo faceva il suo ingresso ufficiale nella diocesi e oggi accetta di fare il bilancio. Il suo giudizio è positivo: «Chiesa e Pavia sono sulla strada giusta». E aggiunge: «Il vertice di Curia non cambierà. La figura di San Siro non si discute. La chiesa di San Marino dovrà essere riaperta secondo il progetto del 1998. I laici dovranno essere sempre più coivolti nella vita della Chiesa e le parrocchie sempre più integrate». Infine un progetto: «Un pellegrinaggio a Gerusalemme».   L’11 gennaio 2004 il suo ingresso ufficiale nella diocesi

IL BILANCIO DEL VESCOVO

Giudici, un anno dopo «Chiesa e Pavia sono sulla strada giusta»

 

«Il vertice di Curia non cambierà La figura di San Siro non si discute San Marino dovrà essere riaperta»PAVIA. Monsignor Giudici, martedì 11 ricorre il primo anniversario del suo ingresso come vescovo della diocesi di Pavia: qual è il bilancio del suo anno? «Il bilancio lo sento come positivo nel senso che alcune situazioni della nostra diocesi hanno consentito il gesto di mettersi a disposizione per la vita della Chiesa. Penso alle due ordinazioni sacerdotali e all’impegno definitivo di altre persone che abbiamo consacrato attraverso l’Ordo Virginum e il cammino del diaconato permenente». Che cosa ha voluto dire ai pavesi con la sua prima lettera pastorale “Ho visto il Signore”, in occasione della festa di San Siro? «Certamente il tema della festa patronale mi sembra importante per la diocesi e anche per la città. In più quest’anno vi era l’occasione di richiamare il tema dell’eucarestia, che il Papa ha posto a tutta la Chiesa universale. E allora abbiamo voluto abbinare il tema della festa patronale con il tema dell’attenzione alla liturgia, e in particolare all’eucarestia». A proposito di San Siro, alcuni sostengono, con più d’una ragione, che sarebbe una figura immaginaria. Perchè non gli affianca un co-patrono più storicamente fondato? «Io penso che ci sono degli studi seri su questo argomento, che ci lasciano tranquilli rispetto alle domande ulteriori a cui anche “La Provincia pavese” ha dato spazio rispetto alla storicità del vescovo San Siro. Quello che importa, soprattutto, però è che la storia di una Chiesa è fatta da tante persone che hanno vissuto quotidianamente la risposta al Vangelo. Questo nome, che la storia nostra ci designa come il primo vescovo, raccoglie intorno a sè la dedizione dei credenti dei primi secoli della Chiesa. E’ quindi una figura storica e, in più, ha la ricchezza di essere espressione di una comunità cristiana viva». Non ritiene interessante il dibattito se San Siro sia vissuto nel primo o nel quarto secolo? «Anche i nostri storici si orientano a seguire la realtà della ricerca fondata su documenti. Indubbiamente, fa parte della leggenda dell’amore nei confronti di ogni Chiesa l’aver rintracciato, soprattutto nell’epoca medioevale, un- ‘origine nel primo secolo. Fa parte dello stile di fare storia di quel tempo e, inoltre, è espressione del desiderio di ogni Chiesa di essere legata il più possibile da vicino a Gesù e ai suoi Apostoli». Quale significato riveste per la Chiesa di Pavia la riapertura al culto della chiesa di San Marino? «Intanto, è una chiesa molto antica che ci riporta all’origine della Chiesa pavese. Poi la sua posizione molto centrale ci fa desiderare che anche quella zona centrale abbia una presenza viva, un luogo dove pregare e accostarsi all’eucarestia. Per cui, sia l’aspetto storico sia quello pastorale ci sono sembrati importanti per raccogliere l’istanza che viene dai cittadini». Lei pensa alla chiesa di San Marino anche secondariamente come luogo per conferenze? «San Marino sarà principalmente un luogo di culto. In città sedi per conferenze e concerti non mancano». Chiede che venga ripreso il progetto elaborato da un noto professionista nel 1998 e approvato da Soprintendenza, Comune e Curia? «Sì, quella è la via da percorrere, a mio giudizio». Quali risposte ha avuto dal sindaco Albergati dopo la sua omelia del 9 dicembre in cui ha posto il “caso San Marino”? «Per ora c’è un dialogo informale. Probabilmente i rapporti verranno ufficializzati in termini più chiari nei prossimi mesi». Che cosa si aspetta dalla visita pastorale nelle 99 parrocchie? «Due cose. La prima è di conoscere approfonditamente il territorio della diocesi. La seconda è vedere il prete al lavoro con i suoi laici. Questo mi fa comprendere meglio le esigenze della nostra pastorale. La visita è anche l’occasione per esaminare immobili, servizi e anche il patrimonio delle reliquie dei santi». Il 2004 si è chiuso con le notizie di una riorganizzazione della diocesi, da lei avviata: conferme importanti e qualche nuovo incarico. Si dice che lei stia lavorando a una nuova configurazione del vertice della Curia. E’ vero? «Non c’è l’idea di riconsiderare l’assetto della curia. La diocesi, al pari di ogni altra organizzazione, ha bisogno di svilupparsi senza traumi, ma attraverso l’avvicendamento normale della persone, man mano che passano gli anni e si sviluppano le competenze. Stiamo invece lavorando a una configurazione diversa di una parte del palazzetto vescovile che si affaccia su piazza Duomo, in modo tale che ogni ufficio della Curia abbia i suoi spazi specifici e possa lavorare in modo più funzionale». Abbiamo notato la nomina di don Maggi all’ufficio pastorale. «Per la verità ho già trovato al mio arrivo Giampietro Maggi a quel compito, non l’ho scelto io. La novità può essere stata di chiedere a tutti gli uffici di formulare un programma che sia in sintonia con le linee generali della diocesi. Questa è una normale attenzione al buon funzionamento dell’organizzazione, e non una riorganizzazione». Il Sinodo concluso dal suo precedessore Giovanni Volta ha posto come centrale il grande tema della parrocchia, che è da rilanciare: molti preti sono oberati di lavoro, quasi stressati, e il laicato non sembra sufficientemente coinvolto. Lei che ne dice? «Il tema della parrocchia è richiamato fortemente dal piano pastorale della Conferenza episcopale italiana per questo decennio. Noi ci siamo adeguati, ben persuasi che l’attenzione al territorio si attua bene attraverso la parrocchia. Penso che il tema del prete che in parrocchia ha molto lavoro deriva alle molte richieste e sollecitazioni che arrivano al parroco. E’ un bene: la parrocchia è una delle realtà più vicine alla gente. Per quanto riguarda la partecipazione dei laici, abbiamo sviluppato il tema attraverso le associazioni laicali, il consiglio pastorale parrocchiale, il consiglio per gli affari economici della parrocchia. Sono gli strumenti con cui chiediamo ai laici di essere presenti nella parrocchia. Operiamo anche attraverso le scuole per educatori e per animatori liturgici, continuando la consuetudine precedente. In questo anno, poi, vedo che anche la Caritas ha attuato forme di incontro per preparare personale Caritas sul territorio. E’ un altro passaggio importante». Il cardinale Ruini, presidente della Cei, parla di pastorale integrata: di che cosa si tratta? «Il problema è come consentire a più parrocchie limitrofe, limitate nel numero dei fedeli, di collaborare assieme per vivere la missione del culto e della formazione e della carità». Quali riflessioni le suggerisce il caso del sacerdote accusato di pedofilia? «Esiste un problema piuttosto grave a tutti i livelli del nostro vivere sociale. Mi riferisco allo sfaldarsi delle scelte etiche, sotto la spinta di un forte soggettivismo e di una «Laici più presenti parrocchie integrate Il caso del prete? Tocca alle comunità Sì al pellegrinaggio a Gerusalemme»ricerca del proprio benessere che non tiene conto dell’altro. Qui possiamo vedere il tema della fragilità delle famiglie, della solitudine dei singoli, soprattutto dei più fragili nella giovinezza e nella terza età. Questo tema, come società, va seriamente ripensato: come tenere insieme una dichiarazione sempre ribadita di individualismo e la responsabilità nei confronti degli altri». Ma nel caso specifico che cosa ci può dire? «Non ho nulla da dire. Ho incontrato alcune persone. Tentiamo di continuare un dialogo con tutte le comunità parrocchiali perchè vivano bene la loro vita cristiana. Sui giornali sono apparse lettere di sottolineatura positiva, attiva, verso il sacerdote e questo abbiamo cercato di incrementare. Occorre che le comunità parrocchiali sappiano vivere con semplicità e sicurezza la propria responsabilità nei confronti del territorio in cui vivono, e quindi nei confronti dell’educazione dei ragazzi, del catechismo, della carità». Che cosa ha in serbo per la beatificazione di Teresio Olivelli? «Il processo di beatificazione parte dalla diocesi di Vigevano. Come Pavia siamo interessati perchè Teresio Olivelli è una figura interessante, singolare, appassionata per la libertà, per la giustizia e anche attenta al problema della violenza, come dimostra la preghiere del “Ribelle per amore”. Come diocesi di Pavia, quindi, non abbiamo voce in capitolo. Ci auguriamo naturalmente che la diocesi di Vigevano ottenga da Roma data, luogo e occasione per la beatificazione». Il suo primo anno da pastore è stato dolorosamente segnato dal sacrificio del trasferimento della cattedrale dal Duomo al Carmine. Come procede il cantiere del restauro? «Il momento attuale è ricco di speranza perchè si sta concludendo il procedimento che solidifica gli otto pilastri del Duomo. Ci sono però ipoteche difficili rispetto ai tempi che pubblicamente tutte le istituzioni si erano impegnate ad ottenere per la riapertura del Duomo in sede di firma dell’Accordo di Programma. Occorre che tutte le istituzioni ora sostengano questo passaggio e si faccia il possibile per rispettare i tempi». E’ vero che sono stati trovati affreschi importanti nella cripta di Santa Maria del Popolo? «Lo scavo sotto la cattedrale ha consentito di reperire interessanti segni che renderanno ancora più significativo il Museo della Cattedrale sia sotto il profilo didattico sia sotto quello storico». Ha qualche sogno nel cassetto? «Sì, un grande progetto. Lanciare un pellegrinaggio diocesano a Gerusalemme, per il 2006 o il 2007, con il duplice scopo di tornare alla origini della nostra fede e dare maggiore unitarietà alla diocesi». Quando arrivò a Pavia disse di non conoscerla, in quest’anno ha cominciato a farlo, forse ad amarla. Quali sono i punti di forza della città? «I punti di forza di Pavia sono la ricca tradizione religiosa e culturale, la presenza dell’Università, di un tessuto di persone consapevoli di ciò che è richiesto per rendere viva la città, della cultura necessaria per mostrare le ricchezze d’arte e di storia». Possiamo alzare, alfine, lo sguardo oltre Pavia? Il settimanale americano Times ha scritto che il cardinale Tettamanzi sarebbe un candidato al soglio di San Pietro? Augurando ovviamente lunga vita a Giovanni Paolo II, può almeno dirci chi sono le figure emergenti che lei vede nella Chiesa del terzo millennio? «Non è prudente fare dei nomi: chi entra Papa in Conclava ne esce cardinale. Sono persuaso che alcuni aspetti del futuro della Chiesa saranno importanti da affrontare. Una sfida sarà il fare emergere l’aspetto di comunione che la Chiesa cattolica deve esprimere e che si è realizzato, dopo il Concilio, con la nascita delle Conferenze episcopali nazionali e regionali, i Sinodi continentali e dei vescovi. Tutti strumenti che al presente sembrano essere ancora bisognosi di approfondimento dal punto di vista del metodo e da quello del rapporto tra questi strumenti e l’autorità del Papa». Intende riferirsi alla necessità di una Chiesa più conciliare? «Conciliare è un termine un po’ troppo generico. Voglio dire, invece, una Chiesa più comunionale, più attenta a crescere insieme da parte di tutti». Questo ritardo nel costruire una Chiesa più comunionale può essere letto come un limite di questo papato? «No. Papa Giovanni Paolo II è in dialogo costante con il mondo. Il problema è che i singoli credenti sembrano talvolta vivere un po’ passivamente la partecipazione alla vita della Chiesa. La sfida prossima è coinvolgere maggiormente i fedeli. E’ un’esperienza che è stata fatta a Pavia positivamente con il Sinodo. Il libro del Sinodo dimostra che il dibattito è stato ricco e le proposte di preti, religiosi e laici sono fatti concreti. Questo è il metodo da seguire». Il cattolicesimo è ormai minoranza culturale in Italia. Non lo preoccupa? «Non lo vedo come un problema. Per due ragioni. La prima è che, di fatto, i valori del cattolicesimo sono entrati profondamente nelle scelte morali degli italiani. La seconda ragione è che una comunità religiosa qualifica se stessa attraverso la vita concreta delle persone che nella quotidianità propongono le soluzioni evangeliche, le quali poi diventano prassi comune se risolvono i problemi della gente e poi magari diventano anche leggi. Abbiamo, come Chiesa, un passato che è insieme una ricchezza e una garanzia». Anche se la Carta Costituzionale dell’Europa non ha recepito il cristianesimo tra i valori fondanti? «Anche questo non lo vedo come un problema. E’ innegabile l’apporto del cristianesimo alla cultura europea. Tuttavia, mi fa riflettere il precedente storico di uomini profondamente cristiani come Giorgio La Pira, che non combatterono per fare entrare l’idea di Dio nella Costituzione Italiana. Inoltre, la Carta Europea assicura che ogni nazione regolerà i suoi comportamenti dal punto di vista delle religioni, tenendo conto degli assetti istituzionali tradizionali per il territorio specifico. Questo, in definitiva, consentità a ogni Stato di regolarsi come meglio riterrà a proposito di questi temi». Nella sua conversazione a “Socrate al Caffè” lei ha prefigurato la necessità di una globalizzazione dal volto umano come panacea per il mondo. La tragedia dello Tsunami in Asia, in mezzo a tanta distruzione e tanti lutti, può almeno portare a una svolta? «L’immensa tragedia dell’Asia segnala la necessità della globalizzazione dal volto umano, come l’avete chiamata, perchè Stati Uniti ed Europa sono comunque toccati dalle povertà. E’ importante che cambiamo atteggiamento, assumendo una mentalità solidale. Il mio timore, però, è che il giorno in cui i mass media spegneranno i riflettori noi ci dimentichiamo dello Tsunami, dell’Asia e di tutte le povertà». (s. c.)
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