

La chiesa di San Marino
Gatti: bussiamo all’Europa per restaurare San Marino

Eligio Gatti
LA CHIESA
I programmi del vicesindaco
di Sisto Capra
PAVIA. «Il Comune ha ben presente la questione della chiesa di San Marino, ha predisposto con l’ufficio tecnico un progetto di restauro e recupero e aderito, a questo scopo, a un bando europeo per la valorizzazione di luoghi di culto. Tutto questo prima delle sollecitazioni dell’architetto Arecchi e delle iniziative della scuola media Casorati. Ringraziamo comunque Arecchi e il preside Fergonzi per la passione con cui seguono la vicenda». A intervenire nel caso San Marino è il vicesindaco e assessore alla cultura Eligio Gatti.
«Il Comune – puntualizza
Gatti – non è indifferente alle
sorti della chiesa di San
Marino, non lo è stato e non
lo sarà. Anche la Curia vescovile
si è mossa, in accordo
con l’amministrazione comunale».
Il vicesindaco ci tiene
a sottolineare che l’amministrazione
di Palazzo Mezzabarba
si è mobilitata per San
Marino prima dell’iniziativa
avviata dalla scuola media
Casorati, e che anzi l’istituto
scolastico stesso è stato chiamato
a collaborare proprio
dal Comune.
«Nel 1998, circa un anno dopo
l’insediamento della giunta,
– spiega Gatti – il problema
della chiesa di San Marino
ci era ben chiaro, tant’è
che incaricammo l’ufficio tecnico
di predisporre il progetto
di restauro, con la consulenza
di ditte specializzate nel
restauro architettonico e pittorico,
in modo da poterlo presentare
per ottenere i fondi
stanziati per il Giubileo del
2000».
«A quel tempo – continua
il vicesindaco – l’amministrazione
comunale, a proprie
spese, aveva già sistemato
il tetto della chiesa e il progetto
di recupero e riarredo
della chiesa riguardava il restauro
dell’intero edificio,
che si presentava di una certa
complessità. Con il vescovo
Giovanni Volta si pensava
di riaprire la chiesa, qualora
fossero pervenuti i fondi del
Giubileo, con due funzioni: il
culto religioso e le attività culturali
(concerti, conferenze e
così via)».
«Purtroppo, però, i fondi
giubilari non sono mai arrivati.
E d’altronde il governo
non dà nulla per il recupero
del patrimonio. L’iniziativa
“Adotta il documento”, di cui
parla il preside Fergonzi, venne
promossa dal Comune di
Pavia, che propose alla Casorati
di entrare nel progetto
Pegase avviato dalla Regione
Lombardia e di “adottare”
San Marino a sostegno del restauro».
«Ma purtroppo – prosegue
Gatti – con San Marino siamo
ancora al palo. Il Comune
è impegnato in una serie di restauri:
posso citare, ad esempio,
la caserma Calchi, il Castello
Visconteo, il Palazzo
Broletto e il rifacimento della
buca dell’orchestra al Teatro
Fraschini). Per la chiesa di
via Siro Comi siamo nella fase
di ricerca dei finanziamenti,
che non si presenta facile.
A questo riguardo, visto che
dallo Stato italiano non arriva
un euro, stiamo percorrendo
una nuova strada».
Quale? «Abbiamo aderito
come Comune a un’iniziativa
europea, “Reseau Europeenne
des Sites Casadeens”, una
rete di abbazie italiane e di altri
Paesi europei che si è costituita
per partecipare a bandi
di gara dell’Unione Europea
finalizzati alla valorizzazione
del patrimonio monumentale
e architettonico».
Il progetto San Marino di
Pavia è inserito in una rete
che comprende, in Italia, anche
le abbazie di San Quirico
a Lucca, San Claudio di Frassinoro
a Modena, San Sisto a
Piacenza, Sant’Andrea di Borzone
a Genova, i priorati di
Santa Maria di Iuso a Matera,
di Santa Maria della Rocchetta
a Parma e di Santa Maria
di Rocca ad Alessandria»,
«L’esiguità delle risorse e
delle fonti – continua il vicesindaco –
fa sì‚ che l’amministrazione
comunale si ingegni
in ogni modo per reperire
fondi destinati al recupero
del nostro ingente patrimonio
culturale. E’ chiaro che
con i soli fondi del Comune
non si possono avviare in questo
momento interventi di restauro
complessi come quello
di San Marino. Intanto, la Curia
ha portato a termine da
mesi il restauro del dipinto
pi… importante nella chiesa,
una pala del Giampietrino
presentata qualche mese fa».

Eligio Gatti
LA STORIA
Il racconto in due libri
PAVIA. Le spoglie di San Marino sono probabilmente a Pavia: ne è convinta la storica del Medioevo Maria Pia Andreolli. Ma dove? L’interrogativo è d’obbligo: conservate ancora nella cripta della chiesa a lui intitolata in via Siro Comi? O in qualche altro luogo sacro cittadino? La vicenda dell’ex-scalpellino di origine dalmata passato alla storia come l’unico santo fondatore di uno Stato (la Repubblica del Monte Titano che porta il suo nome) torna d’attualità con il ªcasoº della chiesa pavese rilanciato dall’architetto Alberto Arecchi e dal preside della scuola media Casorati Lorenzo Fergonzi.
Due sono le fonti storiche
principali che accreditano la
tesi che il corpo di San Marino
fosse stato traslato a Pavia.
La prima è il Catalogo Rodobaldino
dei Corpi Santi, datato
1236, autore il vescovo pavese
Rodobaldo, che riporta
questa scarna annotazione:
«Nella piccola cripta sotto l’altare
maggiore della chiesa
d’Ognissanti (che prese poi il
nome di San Marino, ndr)
giacciono le spoglie dei santi
fratelli Mario e Leone».
La seconda fonte, assai più
circostanziata, è il testo “Flavia
Papia Sacra”, di padre Romualdo,
uscito a Pavia nel
1699. «La chiesa di San Marino
– vi si legge nella traduzione
italiana – oggi officiata
dai Monaci Eremitani dell’Ordine
di San Girolamo, fu costruita
nel 553. Astolfo re dei
Longobardi (che regnò dal 749
al 756, ndr) vi aggiuse un monastero,
e lo dotò con regale
munificienza, verso l’anno
753. Egli collocò con onore, in
questa e in altre chiese pavesi
da lui costruite, le sacre reliquie
di santi che aveva portato
in gran numero dalle
città di Roma, di Ravenna e
da altre città, da lui vinte con
le armi».
«Molto dolente di tale sottrazione
– continua padre
Romualdo – il pontefice romano
Paolo I, succeduto a Stefano
III nel 757, nel suo diploma
emesso in favore del monastero
dei santi Stefano e Silvestro,
dallo stesso pontefice
costruito presso la casa paterna,
disse esattamente le seguenti
parole: “Nel susseguirsi
degli anni rimasero abbandonati
o furono distrutti diversi
siti dei santi martiri di
Cristo e dei suoi confessori,
fuori le mura di questa città
di Roma, anticamente cimiteri.
Ora, per l’assalto dell’empio
popolo dei Longobardi, sono
stati demoliti sin dalle fondamenta.
Essi hanno anche
scavato e devastato diversi sepolcri
dei martiri e ne hanno
asportato i corpi traendoli
con sì”».
«Ciò egli scrisse – continua
padre Romualdo – e non
bisogna dimenticare che Stefano
III si era lamentato ripetutamente
di tali avvenimenti
col re dei Franchi Pipino,
perchè nel raggiungere un accordo,
fra l’altro, i Longobardi
restituissero i santi corpi
portati via dall’Urbe. Non li
ottenne però in restituzione,
perché benché Pipino, obbedendo
al pontefice, avesse assediato
Pavia e avesse costretto
Astolfo ad abbandonare
tutte le città e le fortezze del
Papa, questi non volle a nessun
costo rendere le reliquie
dei santi. Per i motivi citati,
la chiesa fu dapprima intitolata
a Tutti i Santi sinché, portate
a Pavia le spoglie dei Santi
Marino e Leone, cominciò
ad essere intitolata a loro nome».
I futuri santi Marino e Leone
giunsero nel 257 dalla nativa
Arbe, in Dalmazia, a Rimini,
attratti dall’opportunità di
lavorare come scalpellini.
Una donna malvagia accusò
Marino di professare il cristianesimo.
Questi riparò nella
foresta del Monte Titano
per sfuggire alle persecuzioni
dell’imperatore Diocleziano.
Marino, con la preghiera, ottenne
il ravvedimento della
donna e si ritirò sulla vetta
del Monte Titano fondando
una comunità. Morì nell’anno
301. (s. c.)
















