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Ma va proprio salvato il ponte di Bereguardo?

Sono stato a visitare il ponte di chiatte di Bereguardo, e mi sono spaventato. Non tanto per la strada, rifatta da pochi anni, e completamente distrutta. Non tanto per i barconi di cemento ancorati sulla spiaggia, e che hanno provato l’ebbrezza della navigazione libera. Non tanto per il fatto che il ponte abbia superato la dura prova della piena. Il ponte ha dato segni di cedimento qua e là, ma lo Spirito del fiume Ticino ha avuto compassione e, per questa volta, nel momento critico ha rallentato la sua corsa, e ha fatto defluire le acque. Mi sono spaventato per una visione di un possibile futuro. Lo dicono in molti scienziati: in Europa, il clima si sta tropicalizzando. Niente di così eccezionale se, per esempio il prossimo aprile, vento caldo e forti piogge faranno sciogliere in breve tempo molta neve, riproponendo una nuova alluvione, magari di un metro più alta di quella trascorsa. Nel frattempo il ponte di barche è stato rinforzato, ma nessun rinforzo potrebbe reggere all’impeto di un altro metro di acqua a forte velocità. Il ponte cederebbe, tutte le barche verrebbero trascinate dove la corrente è più forte, e le televisioni di tutto il mondo riprenderebbero, in diretta, questa carovana di barche che, uno dopo l’altro, affrontano tutti i ponti fino a Pavia, facendo dapprima da diga, sollevando di qualche metro il livello dell’acqua, e poi distruggendo sia il ponte, sia tutto il resto, perché una cosa è l’acqua che cresce lentamente, altra cosa è un’ondata di piena di qualche metro. Per poi continuare una marcia trionfale fino al Po, e da lì proseguire alla conquista di altri ponti, fino a raggiungere il Mare. Non è fantascienza. Alluvioni a distanza di un anno con l’altro non sono una novità, e l’intensificarsi di questi fenomeni, vuoi per ragioni locali, come il mancato drenaggio e pulizia dei letti dei fiumi, vuoi per ragioni planetarie, come disboscamento e scellerate politiche del territorio, non è una fantasia. Quello che mi sento di sperare, è che la manutenzione del ponte e della strada non sia affidata né a chi la ristrutturò dopo l’ultima alluvione, ne a chi ha progettato la tangenziale di Pavia sotto al livello di massima piena del Ticino. Il ponte di barche ha avuto una bella storia, ma i tempi e il clima stanno cambiando. Oggi, se questo ponte è l’ultimo della sua specie, ci sarà anche una ragione. Prima di prendere decisioni demagogiche sulla sua sopravvivenza, spero che si senta, con urgenza, il parere di tecnici veramente competenti.

Paolo Severi
Pavia

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