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16- Il gran rifiuto del Mezzabarba

PAVIA, LA CHIESA DI SAN MARINO

Il gran rifiuto del Mezzabarba

Sulle recenti discussioni relative all’opportunità di riapertura della chiesa di San Marino a Pavia, pesano non tanto «due progetti alternativi» (se intendiamo il termine progetto come: «un pacco di disegni, ipotesi tecniche e preventivi »), bensì due visioni diverse – e talvolta contrastanti – della vita comunitaria e della gestione della città. È infatti fuori di dubbio il fatto che la chiesa di San Marino non è pericolante (altrimenti s’imporrebbero ben altri provvedimenti, quali lo sgombero del quartiere e innanzitutto delle due scuole che usano le aree scoperte in prossimità dell’abside). È altrettanto comprensibile che una pubblica Amministrazione desideri «farsi bella» con il restauro di un immobile storico. Ciò non spiega però l’ultradecennale chiusura di un edificio storico e sacro, che non minaccia rovina, e la sua sottrazione all’uso pubblico. I commercianti del quartiere, nel loro accorato appello alle autorità, hanno usato espressioni ispirate quali «l’edificio sacro non appartiene a pochi, ma a tutta la città e perciò a ciascuno dei cittadini». Tali espressioni vivono nel solco di una tradizione di partecipazione alla cosa pubblica, che affonda le sue radici almeno nel Medioevo dei liberi Comuni e che si è rivitalizzata nel corso degli ultimi trent’anni. Quasi per caso, proprio la tradizione legata a San Marino, fondatore della prima libera Repubblica, esprime tali valori. Nella stessa scia di tradizione si è mossa, un anno e mezzo fa, l’iniziativa dell’Istituto Volta (Istituto per geometri e Liceo artistico, congiunti in una sola scuola), che ha proposto di offrire in modo del tutto gratuito alla comunità cittadina l’attenzione e l’opera di un gruppo di studenti, al fine anche di costituite un Comitato per la sensibilizzazione della popolazione alla vita del Monumento e per la ricerca di fondi presso le sedi più idonee (fondazioni economiche, ed enti culturali, anche a livello sopranazionale). L’Istituto Volta si è mosso lungo le linee della «nuova scuola», cui si chiede di stabilire un rapporto fattivo con le Amministrazioni locali e di interessarsi al patrimonio culturale del territorio, e si è mosso nella convinzione che in Italia esistesse ormai una consolidata tradizione di rispetto, da parte degli amministratori eletti, nei confronti della partecipazione dei giovani e delle loro famiglie. Ben esterne al solco della partecipazione popolare appaiono invece le espressioni di «mancata risposta» sino ad ora ottenute dal Comune di Pavia, che è proprietario della chiesa di San Marino e del suo antico monastero (trasformato in edificio scolastico). Il Comune infatti ha ripetutamente eluso le diverse offerte di collaborazione, del tutto disinteressate, sia quelle dell’Istituto Volta, sia quelle più recentemente espresse dai commercianti, in nome di un’antica logica del «governo degli appalti». Il Comune ha «chiesto fondi all’Europa» e vale appena la pena di ricordare che ogni tentativo in tal senso è fino ad ora caduto nel vuoto, ma non si vuole riconoscere il fatto che proprio le istanze europee ed internazionali (come l’Unesco, cui non ci si è saputi rivolgere neppure per San Michele) siano in modo prioritario sensibili ai coefficienti di partecipazione popolare alla gestione ed alla vita dei Beni culturali. Un’idea di fondo di partecipazione, da un lato. Dall’altra parte, un’idea di progetto verticistica, che si basa sull’arroganza di chi sta nella stanza dei bottoni e ripete: «Fatti da parte e lasciaci lavorare», di «addetti ai lavori», che non sanno però nemmeno curare i fatti propri, se è vero che tutti i loro progetti presentati all’Europa sono stati regolarmente respinti e che hanno negligentemente lasciato deperire da quasi vent’anni una chiesa storica, grande come mezzo isolato urbano, per lasciarla decadere… ma non sarebbe forse possibile, una volta o l’altra, interrompere il «corso delle occasioni perdute»?
Alberto Arecchi Pavia

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